È violenza se…

Oggi è la giornata mondiale contro la violenza sulle donne e chi mi segue sui social sa quanto questo sia un tema che mi sta a cuore e non solo oggi, per me è sempre il 25 novembre.

Di seguito troverete i miei è violenza se,

alcuni sono accaduti autobiografici, altri no ma è come se lo fossero, perché la violenza sulle donne ci riguarda tutte, anche quelle donne che paradossalmente dicono che va bene così, che il problema non esiste, che sono le femministe in realtà che rovinano il mondo e rendono i poveri uomini aggressivi e frustrati.

I miei è violenza se riguardano piccole e grandi violenze perpetrate sia da uomini che da donne e che vengono da quell’unico contenitore che è il patriarcato che li contiene entrambi.

È violenza se la tua futura suocera e sua cognata ti guardano da capo a piedi e ti dicono “ma come fai ad essere così magra?! Ma tanto diventerai grassa anche tu quando andrai in menopausa!” e giù a ridacchiare,

se il presidente di commissione di un concorso durante la prova orale ti chiede dove lascerai tua figlia di pochi mesi quando avrai i turni di pomeriggio tardi o di sera, quando il nido è chiuso,

quando vai a fare un colloquio di lavoro e il selezionatore ti chiede ridendo se hai intenzione di fare (altri) figli.

È violenza se nei titoli di giornale leggiamo di notizie riguardanti donne importanti che però vengono nominate solamente come una donna, senza nome, senza cognome, senza titolo, come che alla fine quello che costruiscono le donne non sia poi così importante, sono semplicemente donne fra tante.

È violenza se si da per scontato che l’accudimento dei bambini, dei malati, dei familiari con problemi sia solo ed esclusivamente femminile, sono le donne che devono pensarci e portare tutto il peso emotivo e psicologico di situazioni pesantissime,

se si da per scontato che sia sempre la donna a dover adattare la propria vita alla vita che cambia, perché per loro è facile, ci sono abituate, possono permetterselo,

se quando la donna dice la verità, che si sente sola e non ce la fa più, allora diventa l’esaurita incapace da sbeffeggiare o da allontanare, per essere ancora meno presenti e farle sentire che la responsabilità è sempre tutta sua.

È violenza se alla sera lui torna a casa e lei è sul divano, la tavola non apparecchiata e lui inizia a sbattere le porte, gli oggetti e non parla per ore e lei gli chiede cos’è successo e lui gelido risponde niente,

se sottolinea che lui lavora, lui, come che lei invece non faccia nulla,

se spesso dice per fortuna che ci sono io con te, altrimenti saresti completamente sola.

È violenza se una ragazzina di 18 anni viene violentata per 20 ore da un facoltoso imprenditore e la colpa è di lei che è andata a quella festa con le sue gambe, è entrata in quella camera con le sue gambe (cosa si credeva, di andare a recitare un rosario?), che ha messo foto con abiti da mignotta sui suoi social, che si vede dai che è una puttanella, altrimenti sarebbe stata a casa sua, e poi suo padre dov’era, come mai ha dato tanta libertà a sta debosciata che poi è andata a mettere nei guai un povero imprenditore di 44 anni che ha fatto quello che ha fatto solo a causa della cocaina, poverino: sono state la cocaina e la tentazione, non lui a sfondarla.

È violenza se una maestra 22enne subisce il resto di revenge porn e parallelamente a causa del video divulgato viene costretta al licenziamento dalla sua datrice di lavoro scandalizzata per il fatto che l’angelica maestra faccia sesso e le piaccia e tantissime persone si permettano di dire che non avrebbe dovuto divulgare quel video, che non si sarebbero mai aspettate che facesse quelle cose e allora con i miei figli non la vorrei per nessun motivo al mondo,

quindi è violenza se le persone, uomini e donne, si permettono di dire alle donne come si devono comportare, che cosa possono o non possono fare e pensare.

È violenza se ci si sente dire che le donne sono esseri superiori e che il sole sorge perché ci sono loro e insegnare ai nostri figli maschi che le donne sono fragili e vanno protette, non è vero e questi pensieri apparentemente gentili sono solo l’altra faccia del pensare alle donne come cosa propria, si chiama patriarcato e paternalismo,

ma è violenza anche se molte donne prendono in giro chi in canotta e short passa in vicoli poco raccomandabili perché lo dovrebbero sapere che gli uomini faranno commenti e gesti pornografici, o addirittura la molesteranno ed è indubbiamente colpa loro perché l’uomo è di carne e se lo provochi………………

È violenza se le colleghe donne ti obbligano a turni non previsti dal contratto pur sapendo che la collega non ha aiuti col suo bambino e il marito lavora (lui) e ti fanno mobbing se non ti presenti all’orario da loro stabilito (non previsto dal contratto, ripeto),

se le donne si ritorcono contro le altre donne perché sono più patriarcali degli uomini.

È violenza ogni volta che ad una donna viene detto con disprezzo di tacere.

Potrei andare avanti ancora molto con questo post, ma credo che ciò che ho scritto sia abbastanza e chi mi legge può tranquillamente continuare la lista se lo vuole.

La violenza sulle donne è uno stigma, uno stereotipo, uno sfruttamento criminale, rendiamocene conto noi donne per prime. Curiamo l’amore per noi stesse, la stima che ci dobbiamo, la consapevolezza del nostro valore e la gioia per la nostra autenticità più profonda e basta con il bisogno degli uomini e quindi vogliamo parità di diritti e di salari per essere libere e aver bisogno di un uomo solo per amore. O anche no e va bene così.

Lacrima facile

Oggi piango facilmente,

forse perché ho finalmente rifatto l’albero di Natale dopo anni senza a causa dei gatti distruttori o forse perché la Miranda mi ha rotto il nano che avevo sul balcone (appunto, come volevasi dimostrare).

Comunque quando una mia cara amica mi ha raccontato cos’ha fatto oggi mi sono commossa moltissimo, moltissimo. Il suo papà è ricoverato in ospedale a causa di un bruto contro cui combatte da anni, negli ultimi giorni sono stata molto preoccupata per lei perché la vedevo stanca, assente, lei che è sempre così sorridente e dolce, non che non lo fosse più ma prevalevano il dolore, la paura. Bè, oggi lei, la sua mamma e i suoi fratelli sono andati a trovarlo ed è stato bellissimo, sono dovuti rimanere fuori ovviamente, nel parcheggio sotto al reparto, si sono portati le sedie, lui al secondo piano, alla finestra e parlavano al telefono. Questa visita ai tempi del covid mi ha commossa tantissimo e se lavorassi in ospedale piangerei continuamente perché immagino che l’amore stia prendendo davvero tantissime forme in questo periodo demmerda e già non trattengo le lacrime normalmente, figurati se lavorassi là.

Quante forme può assumere l’amore?

Nano in attesa di attack

La filigrana dei nostri giorni

Questa vita sospesa ci sta insegnando quanto è preziosa la normalità, ho appena letto in una stories di una amica, ed è proprio ciò a cui stavo pensando da un pò. Questo covid demmerda, al di là di tutto il dolore e lo smarrimento e i casini che ha portato, ci offre in realtà anche l’occasione preziosa di riflettere sulla filigrana dei nostri giorni, ossia sulla trama più o meno raffinata e minuziosa che contraddistingue la nostra vita e la rende unica. Occasione preziosa perché raramente ci si sofferma a riflettere su queste cose, ma ora possiamo, e dobbiamo, farlo perché il nostro domani sia migliore, più sostenibile, umano e rispettoso di noi stessi e degli altri. Che nessuno si salva da solo è un messaggio che in questi mesi bruttissimi è arrivato forte e chiaro, vero?

In quel di Modena tutto procede abbastanza tranquillamente, anche se il numero dei contagi è altissimo, il più alto in regione.

Nonostante questo ogni sera verso le 19.45 Pasqualino si accoccola davanti alla porta di ingresso e aspetta che torni Massi. I gatti sono diventati molto più affettuosi, oserei quasi dire che si sono addomesticati, ed è tutto dire. Io per sta storia di igienizzare tutto faccio il doppio delle lavatrici ed ho trovato un ammorbidente ai fiori di loto che mi rende ogni ritorno a casa speciale per il profumo che viene dalla lavanderia; al giovedì poi inizio a prepararmi alla clausura del week end e al Conad vicino a casa riempio il carrello di cibi confort e anche un pò porn tipo strati di pasta da farcire di ragù per le lasagne, gocce di cioccolato per la torta della domenica, vino, olio di quello buono perché si sa, il cibo aiuta e molto, è una cura universale. Domani andrò dal parrucchiere accanto al nido, mi perdoni la mia Katia ma non posso uscire dal mio comune, e mi farò probabilmente una bella frangetta perché quando c’è freddo e anche un po’ di tristezza mi piace stare riparata e poi la lascerò crescere per il sole della prossima estate, come al solito. Stasera arriva il nuovo alberello di Natale perché dopo tanti anni che non l’ho fatto per il timore che i gatti lo distruggessero, e con lui le preziose palline che colleziono da una vita, ho deciso di tornare a fidarmi della magia di questo periodo e poi diciamocelo, col fatto che siamo molto più in casa i gatti e Pasqui avranno meno possibilità di attentare al simbolo del Natale. Andrà tutto bene, no? E poi mi rinnamoro di Massi, che lunedì inizierà la nuova cura, ve l’ho detto no che nonostante l’intervento c’è già una ripresa di malattia? Ah, il 5 dicembre qualcosa di nuovo lo inizio anche io, un corso di scrittura femminile esorbitante con la mia Ross, non vedo l’ora!

La filigrana dei nostri giorni,

conosciamo la nostra?

(foto Pinterest)

Si è sempre soli quando si muore

Dopo nove mesi di incubo covid tutto brucia molto, brucia di più, soprattutto nei luoghi in cui pare che si sia fatto meno per tutelare i cittadini e magari questa cosa è vera, poi purtroppo ci sono anche gli sciacalli che stanno seminando ignoranza e forse ancora più morte di quella che genera il covid, la morte delle menti e del pensiero.

In questi giorni è balzata sulle cronache la notizia del signore anziano che è morto da solo in un bagno del Cardarelli di Napoli e sono tutti indignatissimi, perché non si può morire così, da soli, in un bagno, in un ospedale in balìa del covid e della politica inefficiente e sporca. Il signor Giuseppe aveva 84 anni, il diabete e lo stramaledetto virus.

Anche mia mamma è morta da sola, in un bagno del reparto di pneumologia del policlinico di Modena. La signora Meris aveva 53 anni, microcitoma ai polmoni e infine un infarto, 20 anni fa. Al sabato vuotava la lavastoviglie e al giovedì è morta, da sola, in un bagno, come è successo pochi giorni fa al signor Giuseppe.

Non è giusto, è vero. Non è per niente giusto morire e oggi non ho voglia di scomodare filosofia e religione che possono rendere più accettabile questo inesorabile processo, no: morire fa schifo, per chi se ne va e per chi resta. E morire in un bagno fa ancora più schifo, lo so sulla mia pelle e per anni ho pensato che se io fossi stata lì, quel giorno, con mia madre, non sarebbe morta, l’avrei salvata, non so come ma ci sarei riuscita e invece no, non c’ero, ero a casa a guardare la tv e la Nonnina mi aveva bloccata, voleva che rimanessi lì con lei e così guardavamo la tv insieme mentre facevamo chiacchiere inutili e mia madre stava morendo da sola in un bagno di un grande ospedale di Modena.

Pensiamo sempre che se ci siamo noi le cose vanno meglio, sono piccoli deliri di onnipotenza che ci aiutano a confrontarci più serenamente con la realtà, con la vita, che però poi fa quello che le pare.

E infatti si muore sempre da soli, anche se c’è qualcuno accanto. È difficilissimo da accettare, ma è così. E si può morire anche in un bagno di ospedale, purtroppo. Perché la vita, e la morte è l’altra faccia della medaglia vita, fa sempre quello che le pare.

La mia mamma da giovane

Perdere tempo con filosofia

Sottotitolo: buon compleanno Benny!

Ci sono giorni in cui non mi piace niente e non mi piaccio io.

Tipo ieri, ma anche un po’ oggi.

Non mi piace perdere tempo e non mi piaccio io quando non so prendere il fatto che inevitabilmente perdi tempo ogni giorno in un’infinità di faccende, tipo i ricevimenti online con i prof di mia figlia ma anche riattivare la app della banca, con filosofia. Non riesco a perdere tempo con filosofia e non me ne stupisco, perché a me la filosofia proprio non è mai piaciuta e forse anche per il fatto che le mie risorse quotidiane di pazienza sono davvero esigue, anzi, in certi giorni la riserva l’ho bruciata prima ancora di poterla utilizzare.

Da qualche giorno c’è una gran lotta dentro di me. La mia naturale propensione ad essere felice si scontra con piccole grandi preoccupazioni e con il momento storico che stiamo vivendo che mi genera tante incognite e quando non posso gettare il cuore oltre l’ostacolo, e in questo periodo è impossibile farlo, mi incasino non poco.

In ogni caso oggi per me è festa perché è il compleanno di Benny! Sedici anni fa nel primo pomeriggio è nevicato e poi è arrivata lei, velocissima, perché il cesareo non ti lascia il tempo di capire che cosa sta succedendo e onestamente ancora non l’ho capito bene, che cos’è successo il 9 novembre del 2004. So solo che la mia bambina mi ha trasformata in una guerriera e che lei viene sempre prima di tutti.

Oggi è pure il compleanno del mio Zietto anche se a lui questo giorno non piace più da quando la Nonnina l’ha scelto per andare in cielo 4 anni fa, alle 5.22 di mattina. Che giornata, questo 9 di novembre! E che pazienza ci vuole!

26 maggio 2019

Siete stati un po’ in pensiero?

Eccomi, dopo diverse settimane. Siete stati un po’ in pensiero?

La questione è che sono rimasta un po’ male per diversi commenti arrivati su facebook ad un post del blog che avevo messo in evidenza, commenti sciocchi e avvilenti, scritti dai leoni (e molte leonesse) da tastiera che imperversano purtroppo sui social, tutti abbiamo incontrato almeno una volta queste persone che si sentono importanti solo se esprimono la loro (inutile) opinione, se offendono, se calpestano per sentirsi grandi.

Oltre a questo sono anche giorni in bilico, questi. Il covid ci ha sconvolto davvero la vita e non è solo un modo di dire. Siamo sempre in attesa di capire se i contagi sono aumentati, se uscirà un nuovo decreto, se dovremo tornare in lockdown, se potremo tornare a lavorare anche la settimana dopo, c’è tanta ansia e anche paura attorno a me, di ammalarsi, di perdere ciò che amiamo, ciò che abbiamo costruito. Attorno a me e anche dentro di me. È inevitabile, pur con tutto l’ottimismo possibile.

Stasera però senza volere mi sono soffermata a riflettere sui gesti di questi ultimi giorni e ho sentito un calore confortante dentro, perché comunque la libertà di essere come siamo non ce la toglie nessuno e i gesti che facciamo ci contraddistinguono. Ho acceso candele nere per i riti di Samhain, ceri davanti alla tomba dei miei genitori per la festa dei morti e le candeline stasera sulla torta di compleanno di Massi, portato fiori sulle tombe di persone dimenticate e oggi un fiore ad un amico al quale volevo dire che gli sono vicina, tanto, accarezzato il pelo di Pasqualino che non è stato bene, il viso dei bimbi che fanno gli incubi, la pelle di Massi, i capelli di Benny, scattato foto insieme alle mie amiche perche almeno se non dovessimo vederci per un po’ di tempo ho quelle, respiro piano per sciogliere l’ansia e sorrido, sorrido molto nonostante tutto, perché spesso c’è ben poco da ridere in questo periodo. Ah, e poi sto imparando a non scappare, a rimanere dritta dritta in mezzo al caos, perché è solo attraversandole che le cose si risolvono.

E voi? Quali sono i vostri gesti importanti?

Ottobre è il mese della prevenzione del tumore al seno

Ottobre è il mese della prevenzione del tumore al seno, ma non solo ottobre, lo sappiamo vero?

Dobbiamo avere cura di avere sempre un profondo rapporto con noi stesse, conoscerci, prenderci cura di noi, ascoltarci e vivere in modo più naturale e sereno possibile. Non sono parole di circostanza, è un progetto sano e fattibile, ve lo assicuro.

Chi mi segue da diverso tempo sa che poco più di due anni fa sono stata operata al seno e per fortuna il nodulo era benigno, se scorrete qui potete trovare la narrazione di quei giorni, avevo cercato di raccontarne il più possibile perché so quanto è importante nella prevenzione raccontare la propria esperienza.

Nelle ultime settimane ho deciso di eliminare un contraccettivo ormonale per avvicinarmi sempre di più a me stessa e poter osservarmi più vera, senza filtri, nature, poi sappiamo che gli ormoni sono un argomento delicato rispetto a possibili tumori al seno. E proprio in questi giorni devo fissare i miei controlli e mi trovo nel limbo dei quasi 45 anni, età in cui si entra nello screening regionale dell’Emilia Romagna di prevenzione del tumore al seno e devo quindi aspettare che mi chiamino per la mammografia, ma ho il timore che mi fissino l’appuntamento molto in là, così ho telefonato al reparto di chirurgia oncologica senologica di Modena in cui mi avevano operata e mi ha risposto una senologa che mi ha dedicato tutto il tempo necessario (e non è mica poco), ha riaperto la mia cartella, ha controllato il mio caso e mi ha tranquillizzata, consigliandomi di chiamare l’ufficio dello screening per vedere se riescono ad anticiparmi la mammografia.

Amiche prendetevi cura di voi, fate l’autopalpazione e il pap test, mangiate sano, fate yoga o tutti gli sport che volete, ascoltate le altre donne, che sono una ricchezza inestimabile e abbiate sempre un bellissimo rapporto con voi stesse e tutte le vostre parti ❤️🎈 a ottobre e sempre.

Quelle come me

Le donne come me ci hanno messo decenni per imparare a dire no, mi dispiace, non credo di farcela, non me la sento, non ne ho voglia,

insomma no.

Perché quelle come me per tanti anni sono state madri al posto di quelle che non hanno voluto e saputo esserlo, padri per gli stessi motivi, compagne, rocce, basi sicure, zie rassicuranti, assistenti sociali, psicologhe, amanti, cattoliche perfette,

insomma tutto, perché quando cresci randagia devi fare i conti col desiderio ancora più profondo di essere all’altezza, di andare bene, di essere brava e più ruoli hai più sono le possibilità di andare a letto felice la sera.

Oggi ho rifiutato un lavoro, ho detto un no importante, ho deciso che anche il non me la sento proprio ha pieno diritto di esistere nel mio repertorio di risposte e che l’autenticità deve essere molto più forte dell’oddio, non sono stata all’altezza.

Non sono Wonder Woman, sono me stessa e basta. E ho imparato ad amarmi esattamente così. Uno dei regali più straordinari che possiamo farci.

Leonesse

L’amore più grande

Non è vero che se metti la base trasparente sotto lo smalto nero o verde l’unghia non si rovina, è giusto che si sappia, così come non è vero che anche se fai di tutto per proteggerti e fare le scelte giuste poi non soffri lo stesso. Non soffre chi rimane sempre uguale a se stesso, chi fa sempre le stesse cose e cammina sulle stesse strade, chi si veste sempre uguale e ha lo stesso taglio di capelli da decenni, chi si sente a posto così, non ha bisogno di altro e forse in fin dei conti la felicità nemmeno la cerca.

Io invece sono come la luna, a volte ci sono tutta, a volte solo un pezzetto, in altri momenti scompaio e poi torno e così posso essere più recettiva e accogliente ma anche bisognosa di stare da sola e non dovermi occupare di nessuno, così come stabilissima ma anche aperta a tutti i cambiamenti, questa sono io e mi piacerebbe essere accettata così come sono, ma se non è possibile fa anche lo stesso.

Da non molto ho scoperto che l’amore più grande deve essere per me stessa e ora, a parte Pasqualino, più nessuno regge il confronto, leggete bene ciò che ho scritto eh, non partite col giudizio facile, please.

da Pinterest

Non credo di essere fatta per gli equilibri…

Il momento spesso più felice della mia giornata è quando vado a letto con i miei gatti, Pasqualino, i miei libri, facebook ancora aperto per sbirciare fino all’ultimo, la Pepi che fa le fusa tutta la notte, stasera con me c’è La straniera di Claudia Durastanti e tanti pensieri che non si calmano e qualche portone dischiuso qua e là e pure un po’ di smagliature nella mia solita felicità, che poi non sai se racconti perché sei felice o lo fai per diventarlo e te la immagini, la felicità. Anzi lo so: ultimamente la seconda che ho detto. Mi fanno compagnia anche un po’ di tristezza e di delusione, ma non mi fanno paura, mi siedo, resto e le ascolto, hanno tanto da dirmi.

Dopo un grande dolore, viene un sentimento formale, dice la Dickinson nell’incipit de La straniera, mi piace.

Nell’ultima settimana mi sono stati rifiutati due racconti, per dire.

Mi sembra sempre tutto bello e subito dopo tutto difficilissimo, che fatica.

Non credo di essere fatta per gli equilibri…

moi en ce jours…

Giorni buoni, buoni giorni

È da stanotte che la Miranda vomita ovunque, pare l’esorcista, se si riuscisse a misurare il QI agli animali ed esistessero i deficit mentali per loro, lei sarebbe di sicuro psichiatrica, a giugno si è avvelenata mangiando le foglie della peonia, poi dicono che i gatti sono furbi, da qualche giorno invece mangia talmente tanto che poi vomita tutto, bulimica insomma. E io a volte vorrei fare un passo indietro rispetto alla mia complicata famiglia e mi raccomando, la prossima volta che dirò che voglio adottare un altro animale fermatemi, per favore. Grazie. Ieri ho raccolto i semi della peonia e per vedere i suoi fiori sbocciare dovranno passare almeno 10 anni e infatti ho deciso che sarà la peonia Benny, una parte del mio lascito per lei, la mia eredità sarà composta da fiori, animali e libri, lo so già. Gli ultimi giorni non sono stati buoni, la tentazione sarebbe quella di riempirli di cose belle, ma a volte è bene rimanere dentro alle cose senza cercare di migliorarle perché tanto passerà e va bene così, non si può e non si deve trasformare tutto e l’autunno alle porte ce lo insegna.

Ci sono i giorni poco luminosi che nessuno vorrebbe, nei quali si mette in discussione un po’ tutto e tutto sommato sono buoni giorni ugualmente.

Una delle buone abitudini del lockdown, leggere il giornale la domenica mattina

I nazifascismi dentro ciascuno di noi, la vita e la morte

Sottotitolo: leggerina oggi…

Ieri ho avuto una giornata talmente traboccante di bellezza che non riuscivo ad addormentarmi e mi capita spesso e ne sono davvero grata.

Quanti muri mi sono costruita attorno per tanti anni, ma il mondo là fuori è stupendo, è una possibilità di bellezza ogni giorno.

Dopo il lavoro sono corsa a teatro a vedere lo spettacolo Segnale d’allarme. La mia battaglia di Elio Germano e Omar Rashid e al termine dello spettacolo, che abbiamo visto con visore e cuffie perché è in realtà virtuale, c’e stato l’incontro con Germano e Rashid. Ci sono andata vergine, non avevo avuto il tempo infatti di leggere nemmeno la trama e credo che questo sia stato un valore aggiunto perché ho partecipato allo spettacolo senza condizionamenti, sono stata d’accordo con Germano che diceva che bisogna tornare alla meritocrazia, che non tutti possono sempre dire la loro su tutto, che le privatizzazioni sono sbagliate e bisognerebbe ritornare all’amore per il proprio lavoro, senza considerarlo soltanto un mezzo di sostentamento e nel frattempo io riflettevo sul referendum sul taglio dei parlamentari, guardavo gli altri spettatori con il mio visore, soffrivo a causa della mascherina e in certi momenti facevo anche fatica a respirare, Germano ad un certo punto ha iniziato a parlare con un tono di voce più squillante e assertivo, strano mi sono detta, perché parla così, e diceva che tantissime aziende italiane sono in mano ad arabi e ad ebrei, sentivo crescere un senso di disagio, quando ha urlato che bisogna vietare i matrimoni misti ho capito tutti i segnali di allarme precedenti e ho osservato col visore il pubblico, in tanti applaudivano, io ero sotto choc, avevo trovato condivisibili tantissimi spunti dati e mi rendevo conto solo in quel momento che è così che accade, che sembra tutto logico e giusto, ma bisogna sempre cercare l’umano. A quel punto lo spettacolo ormai era urlato, un carosello di stereotipi e luoghi comuni, slogan e idee trite e ritrite fino a quando sul palco sono saliti ragazzi e ragazze coi cappucci tirati su e il pugno alzato e la bandiera con la svastica e poi immagini dei campi di concentramento e io ho pianto, sì perché non me l’aspettavo proprio e ho pianto dentro al visore e pure fuori. Poi Germano ci ha spiegato che siamo abituati a pensare in termini assoluti di bene e di male e noi ovviamente siamo sempre dalla parte del bene e invece no, col suo spettacolo ha voluto guidarci nel fare i conti con i nazifascismi che tutti abbiamo dentro, anche se diciamo di no. Credo che abbia ragione e ragionare per estremi non aiuta. Lo spettacolo è stato tratto dal Mein Kampf, la mia battaglia appunto. Lui stava ancora parlando che io sono purtroppo {ma anche per fortuna} dovuta scappare al Filatoio, in questi giorni c’è il Festival della fiaba e io la conferenza di apertura sulla Grande Madre non potevo proprio perdermela e via anche lì di bellezza estrema, la relatrice Amanda Louise Michele Arruzza ci ha parlato tanto di come è inevitabile e sublime attraversare il buio, non averne paura, perché la vita è un ciclo continuo di vita, morte, trasformazione e la natura ce lo insegna e oggi più che mai dobbiamo imparare ad ascoltarla. E poi amici, Bendésa, vino, tarocchi, letture, riflessioni, intuizioni…

insomma, non riuscivo proprio a prendere sonno ieri sera.

“Segnale d’allarme. La mia battaglia”, la Randagia col visore e le cuffie.
Foto Ennesimo Film Festival

Volevo dire che… parbleu

Un po’ di diario, oggi.

Ho ripreso finalmente a lavorare, in un posto che amo tantissimo, il San Paolo, pieno centro storico, un leccio e un banano come colleghi e colleghe vere che mi bacio i gomiti, attente, corrette, affettuose, positive, una rarità insomma, soprattutto nell’ultimo periodo. La regola è che devo tenere sempre la mascherina, ovvio, è solo che faccio fatica a tollerarla e mi ha generato un fastidioso reflusso da tosse, uffa. I bimbi però mi hanno stupita, ti guardano come che la mascherina non ci sia, vedono gli occhi e non hanno bisogno di altro, certo, io ho implementato di molto le carezze {igienizzatissime, parbleu} ma forse ne ho più bisogno io di loro, di sentirli vicini vicini nonostante queste distanze. Ai residenti e passanti del centro storico invece vorrei chiedere se per favore evitano di suonare i clacson ad cazzum e di venire ad urlare e a ridere sguaiatamente e men che meno a imprecare sotto le finestre del nostro nido perché dobbiamo tenere tutto aperto per areare sempre il dormitorio e se fate casino i bimbi si svegliano nonostante i carillon a buco che abbiamo messo. Merçi.

Benny mi ha chiesto di iscriversi ad un corso di hip hop, e io che credevo che per tutta la vita sarebbe rimasta la bambina timida e sfuggente che era!

Ieri sera nel parchetto due ragazzini facevano rutti degno del rutto sound e poi si confrontavano sulle prestazioni, non si finisce mai di imparare.

Qualche giorno fa invece l’ennesima lezione direttamente dalla Pragmatica della comunicazione umana di Watzlawich: driiin, driiin, “Pronto!”, “Ciao Massimo, sei andato dalla dottoressa?”, “No papà, ho appuntamento martedì prossimo…”, “E cosa ti ha dato, delle medicine nuove?”, “Ci vado martedì prossimo…”, “Stai meglio?”, “Insomma…”, “Bè, l’importante è che vada tutto bene dai! Ciao”. A volte mi sento così sola, sapete?

Il piccolo niente e il brodo di cappone

Ieri mentre tornavo dal volontariato all’Avis mi sono fermata in macelleria e ho preso il cappone per fare il brodo, perché a Fiorano l’8settembre è festa grande, è la festa della Madonna del santuario e si mangiano i tortellini in brodo

e stasera ho freddo, quindi credo che con un po’ di quel brodo mi farò i quadrettini con la terdura e se ci fosse ancora la Nonnina andrei proprio da lei a mangiarli.

Ieri sera la Benny ad una festa di compleanno ha bevuto il suo primo spritz mentre io riflettevo sui mostri che mi si agitano dentro quando mi sento tradita o peggio ancora abbandonata, ormai ho imparato a disintegrarli all’istante e non mi fanno più paura, ma ogni tanto ci devo ripensare, giusto per complimentarmi con me stessa per dove sono arrivata, rispetto al misero punto di partenza.

Domattina vado in ufficio a sbrigare alcune pratiche per riprendere a lavorare martedì, finalmente, badge, iban, riapertura della mail, quest’anno lavorerò con colleghe che stimo molto e non mi sembra neppure un vero lavoro, ma tant’è.

Speriamo che non si interrompa di nuovo tutto con un altro lockdown, non posso fare a meno di temerlo, purtroppo, anche perché ho un contratto ancora più a termine del solito, pandemia docet, pensato appositamente per staccarlo in caso di necessità, diciamo così. Nelle ultime settimane sono entrata diverse volte a contatto con l’invidia, che per fortuna non mi suscita mostri come tradimenti e abbandoni, anche perché fino ad ora non l’ho mai sperimentata, visto che mi sono sempre ritenuta un piccolo niente, che poi l’accento non è tanto sulla me da invidiare, che boh…, quanto sulla profonda infelicità che chi invidia di solito non vuole ammettere.

Nei prossimi giorni uscirà su un settimanale femminile una mia intervista su come si sopravvive ad un lutto, ma anche a due o tre, mi è piaciuto farla e voglio bene a chi me l’ha fatta, conosciuta un po’ per caso è diventata amica per forza, perché è impossibile non diventarlo quando ci si trova su corde così simili.

Vado a mangiare i miei quadrettini in brodo, trascorrete una buona settimana, mi raccomando 🤍🤍🤍

Persone piante animali o cose…

Uuuhhh, addirittura, dopo il cane che avevi già tre gatti e non so dove li metti tutti, anche un ulivo! Casa tua deve essere grandissima!

Quando potremo realizzare il nostro sogno di avere una casa più grande e aprire anche il nostro b&b, lo sarà, grandissima, nel frattempo lo è lo stesso, perché lo spazio che c’è dipende tantissimo dallo spazio che sappiamo creare, fare agli altri, che siano persone, piante, animali o cose.

Il cuore non è grandissimo, ma può essere vasto come un intero paese, volendolo.

Uno dei mie angoli preferiti di casa, tenda gipsy, neon a cuore, sonaglio di bambù, chiamasogni ad uncinetto 🤍

Chiamiamola pure leggera follia…

Da ieri sono preda di un sottile senso di inquietudine, a tratti nervoso,

chiamiamola leggera follia, che è meglio.

Mi capita ogni anno a quest’ora, quando inizia il collettivo confronto delle precarie di nidi e materne di Modena e provincia, ti hanno chiamata? No! A me sì, mi hanno offerto bla bla bla, ma la pinca palla dov’è quest’anno? In quella graduatoria a che numero sono arrivati? Dovremo poi lavorare con la mascherina e ai bambini la febbre chi la prova, noi o la famiglia? e cose così, che si interromperanno finalmente soltanto quando arriveranno a me nella graduatoria a tempo indeterminato, e indeterminato l’ho scritto in grassetto perché mi piace dirlo forte, in cui sono. Probabilmente il prossimo anno, prima non credo. Nel frattempo accetterò la prima proposta che mi verrà fatta, le precarie spesso fanno così e ora mi sembra una cosa da farsi venire un bel nervoso, ma appena arriverà mi sembrerà tutto normale, come che sia sempre stato così. E riprenderò il solito tran tran, spero, quello che mi manca da febbraio.

Da febbraio!

Non sono mai stata così tanto tempo senza lavorare, benedetto coronavirus!

Oddio, non che sia stata con le mani in mano in questi mesi, ho rivoltato casa e l’ho cambiata in molti angoli, l’ho riempita di piantine, ho fatto corsi on line di ogni specie, ho rivoltato anche me come un calzino, mi sono guardata dentro, fuori e intorno, ho adottato un cagnolino speciale, sono diventata donatrice di sangue, ho letto decine di cose fra libri, riviste e articoli vari, ho scritto abbastanza, non molto come avrei voluto ma anche scrivere è un processo lento, complesso, che richiede tempo e pazienza, ho tenuto rapporti e amicizie con persone che non avrei creduto e ho un po’ perso per strada invece altri che credevo sarebbero sempre rimasti, ho piantato un orto e visto fiorire rose e peonie e ortensie giorno per giorno, ho pianto e ho riso, ho passato un concorso senza mai dirmi nel frattempo che sarebbe andato male, mi ripetevo solo che stavo facendo del mio meglio e che andava benissimo così, ho approfondito il cinema di Fellini e lo sono persino andata a trovare al cimitero di Rimini, mi sono chiesta decine di volte se sono al posto giusto e mi sono sempre risposta che sì, lo sono…

Sono arrivate le cartoline che avevo spedito dal Lago di Garda, mi hanno detto tutti che riceverla è stato un bel tuffo nel tempo passato, che è stato bellissimo trovarla nella cassetta della posta, che grazie grazie grazie, mi ha fatto molto piacere aver procurato tanta gioia con un così piccolo gesto,

le cose che sembrano più piccole in realtà spesso sono molto grandi.

Ieri ho completato e ordinato il mio primo fotoalbum, sempre col desiderio di non lasciare ricordi ed esperienze solo online .

Pasqualino si è messo a rifare la pipì in casa e devo telefonare al veterinario.

Stasera viene a cena per la prima volta una amica cara cara, il lockdown ci ha unite molto, ho pensato ad un menu vegano, vi saprò dire.

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foto dal web

Un tempo ero croce, ora sono pianeta

Questa è un’estate molto dolce,

lenta e sostenibile, per me prima di tutto,

dopo tante estati, e non solo, insostenibili, in cui nulla andava come volevo, che poi chissà se sapevo davvero cosa volevo, mah.

Spesso capita di lamentarsi perché è più facile che impegnarsi anche solo per comprendere di che cosa abbiamo bisogno e di che cosa non abbiamo bisogno.

Ieri sera davanti ad un bel calice di ribolla dicevo alla mia amica Eli che pochissime cose mi hanno insegnato tanto come il lock down appena trascorso e la serenità che riesco a conservare oggi a febbraio era utopia. Sì perché quando sei costretta a fermarti, quasi inevitabilmente fai i conti con te stessa e quando non hai la possibilità di fare altro, quell’altro che spesso a torto ti determina, l’ho già scritto, quel fare senza fermarti mai e tu diventi ciò che fai, allora puoi decidere di riempire le molte ore della giornata di ciò che ami e ti fa stare bene e scopri un mondo quasi sconosciuto dentro, un mondo a cui ora non rinunceresti mai.

Durante i mesi di quarantena ho buttato giù tanti muri che credevo mi proteggessero e invece mi limitavano e basta,

ho scoperto il valore inestimabile del dono, del fare senza aspettarsi nulla in cambio,

dell’esserci e basta e del coltivare amicizia ovunque, ben oltre le purtroppo comuni dinamiche del mi servi ed eccomi qui.

È un’estate piena di lucine e calici, colori e risate, libri e panini alla mortadella, sabbia e ghiaia, assioli e rondinelle, tende di cotone che svolazzano e rose che continuano a sbocciare, stelle e lune, menta e basilico, smalti rosa e rossi, progetti e fiducia.

Possiamo essere stelle/ anche una notte soltanto – un tempo ero croce, / ora sono pianeta – e credo / che quando la vita si ferma / poi, ricomincia. Stefano Serri in Cerco casa.

Da Ferragosto a Natale…

La grigliata di ferragosto a Fanano ormai è una bellissima tradizione per noi, prossimo passo autunno e poco dopo Natale, chi mi conosce bene sa che io funziono così, sono una donna molto semplice: prima c’è il mio compleanno, poi ferragosto ed è subito Natale.

Col passare degli anni ci siamo costruiti una famiglia allargata meravigliosa, un po’ perché io non ce l’ho più, un po’ perché Massi ce l’avrebbe ma è come non averla e quando ci penso fa male. La nostra però fa molto bene, è costruita con tanti mattoni di pazienza e anche con una giusta dose di follia, dove le persone normali temono di essere invadenti e inopportune noi invece ci lanciamo ed è tutto un come stai? a Natale sei da sol*? casa nostra è anche casa tua e giù di compro questo perché piace a Stefano e Gabri, oddio, quando ha detto la Patty che deve fare la visita? ma suor Serena fa l’anniversario della professione! l’Allina ha detto che avrebbe avuto una settimana pesa al lavoro devo sentirla, di chi è l’onomastico oggi? Simo starà meglio? la Dani è preoccupata per suo papà, le mando una foto di Pasqualino che così sorride, scriviamo al canile per dire che Pasqui sta bene e li pensa e continuamente cose così e ovviamente la premura vale anche per le amiche della Benny, che rientrano a pieno titolo nella famiglia.

Oggi siamo stati a trovare Pipi, è il primo anniversario della sua morte, lui è scappato con un cinghiale probabilmente ma la sua stella c’è ancora, nascosta in mezzo ai rami dell’albero sotto cui l’avevamo seppellito,

quando muori o diventi una stella o un buco nero, non ci sono altre alternative.

Pasqualino si è scatenato in corse e capriole, Pipi gli avrebbe voluto molto bene.

Domani è l’ultimo giorno di vacanza e io ne sono felice,

portiamo con noi un ulivo dal lago di Garda, una tenda leggera e gipsy da Bellaria, delle candele al profumo di mare, mirtilli e lamponi da Fanano per le prossime torte, pelle abbronzata e culo più rotondo, nuovi amici e tanta energia per ripartire.

Autunno arriva presto, che ho voglia di mettere le scarpe chiuse.

Pantone di fine estate

Sentirsi nuov*

Mi sto disintossicando dal caldo, dalla fatica del concorso, da alcune medicine che posso anche non prendere più, dal vino no, quello no, un calice o due al giorno al massimo, mica avrete capito male, dal cemento e dal traffico, dalle lamentele, dalle idee sempre le solite, quelle che pensi quando è troppo faticoso crescere.

Fa molto bene venire dove nessuno ti conosce perché ti senti nuova anche tu.

Pasqualino continua a commuovere a destra e a manca, sono diventata ufficialmente una donatrice di sangue, Massi sta un pochino meglio nonostante la ripresa di malattia, Benny sta per partire per Napoli, i gatti sono a casa con Ste, la luna che ho tatuato sulla nuca l’altro giorno è già guarita, la cena del parchetto è stata bellissima,

passate delle splendide vacanze anche voi, anche se siete a casa, perché ci si può sentire nuove e rigenerate ovunque.

Il mio primo romanzo

Lo scorso anno al corso di scrittura autobiografica che ho fatto con la Ross alcune amiche mi dissero che il primo romanzo l’avevo già scritto,

con i miei tatuaggi, su di me

e questa idea mi era piaciuta davvero molto, credo che sia assolutamente così.

Qualche settimana fa quando è stato indetto il famoso concorso {vedi post precedenti} ho promesso che se lo avessi superato avrei fatto un altro tattoo e così è stato, uno spicchio di luna che è anche un po’ un’iniziale, un inizio nuovo. La luna è una delle mie migliori amiche, da sempre.

Mentre la Chiara finiva di tatuarmi pensavo alla mia storia tattoo, una randagia con la testa fra le stelle e in mano fiori di loto e papaveri, un gatto nero come famiglio, il cuore sempre bene in vista e tanta luce, l’imperativo sii felice, che sa andarsene ma anche ritornare come una rondine, che conosce la croce, segno di dolore ma anche e sempre di risurrezione, leggera come una farfalla color ocra e azzurro, simbolo di chi mi ha lasciata ma torna spesso a trovarmi. Il mio mondo, la me bella.

Anche voi avete una storia sulla pelle?

foto e tatoo di Chiara, di Only For Friends Tattoo & Body Piercing