Il papavero nei campi di fronte al cimitero

Quando ero piccola a Baggiovara, il mio paese, qualche giorno prima del 25 aprile passava di casa in casa Della Rosa, il presidente del partito comunista, a vendere le bandiere di carta della liberazione e i miei, i nonni e gli zii ne prendevano una ciascuno, facevano l’offerta al partito e poi il tricolore stava attaccato con lo scotch al cancelletto dell’entrata almeno fino al primo maggio e quando la toglievamo rimaneva un po’ il segno giallo della colla.

Della Rosa mio padre lo chiamava il sindaco di Baggiovara anche se non lo era per davvero, perché eravamo sotto il comune di Modena; ora è seppellito proprio di fronte ai miei e spesso lo vado a trovare e gli porto un papavero rosso, quando lo trovo nei campi di fronte al cimitero.

Il giorno della liberazione per noi è sempre stata festa grande perché ci siamo liberati del fascio e abbiamo avuto la democrazia, diceva mia nonna e io non capivo bene che cosa volesse dire, ma sentivo sotto la pelle che aveva ragione e con quella consapevolezza, con quell’idea ci sono cresciuta, la resistenza ha sempre fatto parte del mio sangue e della mia pelle.

Crescendo ho capito meglio, la storia me l’ha insegnato, l’attualità mi ha mostrato che il fascismo non è mai sconfitto una volta per tutte e che c’è sempre bisogno di resistenza, di lotta per la libertà, di rimanere umani e giusti, accoglienti e vigili.

I cancelletti dei miei genitori e dei miei nonni non esistono più, ma appese alla finestra degli zii e alla mie la bandiera di carta della resistenza continua ad esserci ogni 25 aprile, è una questione di famiglia, di sangue e di pelle, di resistenza, di rimanere umani.

Buona festa della liberazione a tutt*! ❤️✊🏼

Un sabato qualunque in zona rossa, fra vaccino, scrittura e torta di mele

Buongiorno!

Da quando ho iniziato a scrivere davvero il mio libro qui latito, scusatemi. Vedo che continuate a venire a trovare Comequando e mi fa tanto piacere. Ogni tanto mandatemi pensieri di forza e tenerezza perché scrivere davvero non è semplice, soprattutto se fra le pagine vuoi riportare in vita tua madre e non solo, c’è anche tuo fratello che non racconti praticamente mai, che in tantissimi quando dico ho un fratello rispondono non me n’ero mai accorto, ti ho sempre creduta da sola e in effetti è così, anche se lui c’è sono da sola, anzi, anche qualcosa di più.

Stamattina mi sono svegliata presto anche se è sabato, fra due ore mi vaccino contro sto covid dei me cojoni e sono emozionatissima, sto pensando a come vestirmi, un po’ come quando uscivo con Massi le prime volte, ieri ho anche messo lo smalto rosso, volevo andare dalla dottoressa in bici ma piove, pazienza. Poi mi fermerò dall’Eli in edicola per ritirare le piantine aromatiche di AISM e appena smetterà di piovere metterò mano al mio orto verticale creato lo scorso anno durante il primo lockdown, ricordate?

A Modena da giovedì siamo di nuovo in zona rossa e abbiamo molte restrizioni, a distanza di un anno onestamente non me l’aspettavo di tornare a questo punto, ieri è stato l’ultimo giorno di nido in presenza e lunedì noi tate scopriremo qualcosa in più di come lavoreremo d’ora in poi fino alla fine dell’emergenza, ad ora sappiamo poco e niente.

Nel frattempo il mio antidoto alla tristezza di questa situazione è la cura.

Ieri ho fatto il brodo per i tortellini del pranzo di domani e più tardi preparerò la torta, per la colazione della domenica ho ordinato un cestino buono con torta di mele, yogurt con frutta e granola e cheescake ai frutti di bosco ad Elena, la perfetta padrona di casa del b&b in cui abbiamo festeggiato il nostro matrimonio, poi con Benny abbiamo preso l’abitudine al pomeriggio di preparare i pop corn e giocare a forza quattro per ore.

In questo lungo periodo di restrizioni e regole che dobbiamo farci andare bene per forza abbiamo la possibilità di interrogarci su che cosa ci fa stare bene davvero ed è a portata di mano, più vicino di quanto crediamo.

Vi lascio ascoltando Shallow di Lady Gaga e Bradley Cooper.

A presto, promesso!

Buon fine settimana 🤍

Stringiamoci a ciò che amiamo

Gli scopellotti di Antonio Delfini in persona

Capita anche a voi di dovervi ricostruire quasi ogni mattina? Di svegliarvi con l’autostima e l’amore per voi stesse due piani più giù? Di avere la sensazione che tutto in quella giornata sarà troppo e voi non sarete certamente all’altezza?

A me sì, ultimamente un po’ troppo spesso, sicuramente a causa di un periodo difficile vissuto fra novembre e dicembre e anche per via di alcune ferite, la fragilità è forza e bellezza, sì, ma spesso pure autosabotaggio e fatica nel vivere.

Allora prendo Pasqualino a letto con me, lui mi si sdraia addosso fra mazoccate e slappate, io affondo il viso nella pelliccia e poi sono più o meno pronta per alzarmi. La sensazione di inadeguatezza però evapora molto più tardi e a volte rimane addirittura con me e in quei giorni so che la bellezza mi costerà tre volte tanto, ormai ci sono abituata e pian piano mi ricostruisco, mi ritrovo, ogni giorno.

Non è sempre così eh, per carità, ma in questo periodo sì.

Sono a casa malata (non è covid, state tranquilli) e mi pesa tutto, mi sembra di non concludere nulla,

tipo ieri, nel tardo pomeriggio mi sono messa a leggere Antonio Delfini, scrittore modenese che mi ha dovuto far conoscere la Ross, vergogna!, non riuscivo a smettere, passavo dalle poesie alle sue foto su google, dagli articoli su di lui ai pettegolezzi immaginando la Modena della prima metà del 900, che meraviglia, checchè ne dicesse Delfini, bè, è arrivata mezzanotte e non me n’ero neppure accorta e mentre mi mettevo a letto mi sono detta cos’ho concluso oggi? Nulla praticamente e mi è parso di sentire lo scopellotto che mi ha dato Delfini in persona.

Poi i sensi di colpa, pane quotidiano della me in crisi, sono inutili da ogni punto di vista, lo so benissimo, ma stanno alla me di questi giorni come la nebbia alla pianura padana in inverno e quindi mi sento in colpa perché non vado a lavorare e poi esco prima del consentito e mi torna la febbre e mi sento in colpa anche perché Massi si sveglia presto, porta fuori Pasqualino e da da mangiare ai gatti, vuota la lavastoviglie e va a lavorare, poi magari io nonostante l’influenza faccio due lavatrici, le stendo, preparo il ragù, passo il dyson, inforno la torta margherita per merenda e ascolto la mia bambina che da brava adolescente ha un rapporto abbastanza tumultuoso con la vita, pulisco la lettiera dei gatti dodici volte al giorno, leggo, scrivo e sto sicuramente dimenticando qualcosa, ma mi sento in colpa perché Massi a causa della mia influenza si alza prestissimo al mattino e le mie colleghe al nido hanno la supplente.

Ah, mi sento in colpa anche perché ho un progetto bellissimo e in alcuni momenti mi dico stupendo! e mi sento fortissima, in altri ma chi mi credo di essere, meglio lasciare perdere, circa quattro volte ogni giorno in cui sono in crisi. Non è facile arrivare a sera così, è un dispendio di energie enorme.

È molto meglio preparare tutto per il compleanno di Pasqualino che festeggeremo a pranzo e mettere mano al mio progetto bello, che oggi è anche Imbolc e seminiamo le intenzioni di tutto l’anno, una mano forte, risoluta, determinata, che non si fa spaventare dalla paura e fanculo alle giornate in cui pensi di dover ricostruire tutto,

sei sempre tu e sei bella così come sei.

Felice Imbolc! 🌸🌼🌹🌷🌾

Senso dell’orientamento

Quasi un mese di silenzio qui, anche se vedo che ogni giorno in divers* tornate a vedere se c’è qualcosa di nuovo, a leggere e rileggere ciò che ho scritto in questi 3 anni di Comequando e mi fa tanto piacere, così rieccomi.

Questo mese è trascorso fra nuovi inizi faticosi ma anche luminosi, tante cose scritte sui miei quaderni coi fiori in copertina, un bellissimo corso di scrittura femminile esorbitante terminato ieri con il cuore gonfio di gratitudine per aver finalmente riconosciuto dopo tanti anni il mio senso, di trovare le parole giuste per dirlo e poi dirlo sul serio ciò che ho da dire, l’Amore sempre nuovo e qualche preoccupazione, anche un po’ di febbre e mali di stagione, ma poi via che si va.

Mi sono rifatta la frangetta corta, quella alla Audrey Hepburn o alla Amélie per intenderci e sto lasciando crescere i capelli, ho iniziato le pulizie profonde per Imbolc, il sabbat che chiama la primavera e ho tanto bisogno di eliminare le energie stantie dell’inverno e di questo periodo buio per tutti; lunedì oltre ad Imbolc festeggiamo anche il compleanno di Pasqualino, il cane che non sapevamo di volere e che ci ha cambiati profondamente, gli ho preso una cravatta rossa per la festa, non voglio perdere neppure un’occasione per celebrare la tenerezza.

Il primo dell’anno mi sono fatta un piccolo regalo, un ciondolo con la rosa dei venti a otto punte, perché in mezzo a tutti i casini che possono accadere nella vita, e nell’ultimo anno ne abbiamo avuto davvero prova, voglio sempre saper ritrovare la stella polare, ciò che mi guida e mi illumina.

Buona stella a tutt* voi!

Stella polare (foto di repertorio)

2020 randagio

Che anno è stato questo 2020?!

Un groviglio di luci da dipanare e per tanti nodi non ci sono neppure riuscita, pazienza. Con alcune cose bisogna semplicemente imparare a convivere, non si può risolvere tutto.

Il 2020 è stato invaso e buttato all’aria da una pandemia mondiale, la vita di tutti è stata stravolta e tanti purtroppo la vita l’hanno anche perduta. Noi per fortuna non ci siamo ammalati; per Massimo prendere il covid significherebbe un gran casino e non voglio neppure pensarci.

In questo 2020 abbiamo vissuto il ricovero al Sant’Orsola e le cure affettuose di Sandra, la mia prof dell’Università che mi ha ospitata mentre Massi era ricoverato. Con lei ho capito che se avessi ancora una madre sarebbe così, come lei e forse una madre un po’ ce l’ho, è lei, ma anche altre donne stupende che mi sono vicine.

In questo 2020 sono andata da sola a Roma alla presentazione di un libro della Ross e mentre ero là è stato dichiarato il lockdown; le foto del Colosseo al tramonto mi hanno aiutata non poco nei mesi successivi, una l’ho anche appesa in salotto, è il mio rescue remedy ancora oggi.

In seguito al primo lockdown ho perso il lavoro, le tate precarie lo smart working non lo fanno, però ricordo con affetto le mail con l’INPS e i video in cui leggevo ai miei bimbi le Favole al telefono di Rodari.

Ricordo anche i pomeriggi di sole invernale e poi primaverile a leggere sul balcone, la creazione del mio orto nel pallet riciclato, la fioritura della peonia spiata e contemplata giorno per giorno, l’ascolto della vita attorno a me, non avevo mai avuto l’occasione di fermarmi così tanto ad ascoltare. E poi i caffè sul pianerottolo e i magoni condivisi con le persone più vicine, i vicini appunto, che da presenze veloci e quasi impercettibili sono diventati persone insostituibili con cui condividere e saltarci fuori, insieme, oltre le simpatie e i credo politici, la bellezza dell’umanità e basta. Il 2020 delle canzoni sui balconi e dei carabinieri perché non se ne poteva davvero più di tutto quel casino, dei 7 chili in più, è impossibile, ma dove li hai messi?!, dell’andare a fare la spesa nella bottega del paesello in abito da sera, delle serie tv e del prendere confidenza con le mascherine, delle code interminabili alla Coop, dell’ansia di uscire ma anche della voglia di tornare a vivere da viva non da zombie impaurita, dello yoga online ogni giorno e dello scoprire un amore inedito per le persone che avevo accanto, un sentimento e un’emozione mai provati, un esserci gli uni per gli altri che ci unirà per sempre. E ancora l’estate, la vita quasi normale che tornava, l’arrivo di Pasqualino e della Rai, il concorso, la mia solita sfiducia, la randagia col solito buchino dentro, un’altalena continua di emozioni, su e giù su e giù su e giù, le speranze, le attese, di nuovo il lavoro, l’Amore su cui le randagie si fanno almeno mille domande al giorno, le amiche e gli amici e di nuovo il lockdown, prima giallo, poi arancione e infine rosso, come un bel tramonto, solo che ormai neppure io che vedo sempre tutto bello riesco a vederlo bello sto tramonto. Pazienza, avanti pure.

Oggi questo delirante 2020 sta finendo, lo lascio andare serenamente, senza rancore, in fin dei conti non è colpa sua se è successo tutto sto casino. Ci sono state cose belle, soprattutto alla fine, proposte inattese che si sono rivelate regali bellissimi e poi oggi c’è un sole stupendo, una luce incantevole. Entro nel nuovo anno con un sogno che mi porto dietro da tanto e che nel 2021 voglio provare a realizzare, anche lui mi provoca tanti su e giù di emozioni, dal ce la farò e sarà bellissimo al ma chi mi credo di essere, pazienza, sono fatta così, ormai mi conosco!

Vieni pure 2021, sono pronta! Armata di sogni, buchi, lacrime, occhi che brillano, passioni infinite e stanchezze altrettanto infinite, speranze e delusioni, quante delusioni! ma va bene così. Sarà un bellissimo 2021, perché la bellezza c’è sempre, anche quando si nasconde bene.

Non disperarsi per nessun motivo al mondo

Ieri mia mamma avrebbe compiuto 72 anni ed è iniziata la campagna vaccinale contro sto covid demmerda e quindi mi pare che possiamo sperare in un 2021 migliore, ma non ne sono sicura.

Questo è stato un anno faticosissimo, incredibile

in cui ho dovuto imparare a non disperarmi per nessun motivo al mondo, soprattutto verso sera quando sono più stanca e mi dico stacca tutto, non ci pensare più e vedrai che domattina andrà meglio e poi non è che al mattino va davvero meglio, ma almeno ho l’energia per far sì che davvero possa essere così.

Ho dovuto imparare anche che tutto passa e si modifica, per cui a volte basta avere la pazienza di aspettare che le cose passino e nel frattempo rimanere me stessa senza demolirmi come che sia io la causa di ciò che non funziona, non è che ci possiamo sempre dare le colpe di tutto, a volte la vita è brutta e cattiva e basta e non per colpa tua.

Spesso aspettiamo una felicità facile, che ci cada addosso improvvisamente e se così non è allora fanculo tutto, smarriamo il senso di noi e a volte anche il noi, mentre la felicità è fatta da una miriade di gesti e scelte quotidiane anche quando non ci rendiamo conto che la stiamo scegliendo e costruendo e quando arriva non è come vincere alla lotteria, ossia un fatto totalmente casuale, ma perché ce la siamo sudata e meritata. Ci vuole tanta fede in queste faccende qui, fede in noi stessi, anche quando ci sentiamo sbagliati, rotti, lontani, sfortunati, incompleti, matti.

Poi le cose giuste per noi arrivano sempre, magari un po’ in ritardo ma arrivano, basta avere il coraggio di costruirle e poi aspettarle.

Ecco il mio augurio per il 2021: di avere sempre un coraggio gentile e rispettoso, risoluto e pazzo, nonostante tutti gli intralci, covid compreso.

Il mio Natale al riparo dei dpcm, circondata da persone con uno stecco di agrifoglio nel cuore

Spesso i miei articoli sono fuori dal coro e un po’ bastian contrari e questo, visto il periodo, lo sarà certamente più di altri.

Scriverò del Natale e del mio totale disinteresse di non poterlo passare con i miei cari, anzi, per certi versi Conte mi ha fatto un favore a chiudere comuni e regioni.

Non insorgete, ora mi spiego. Non sono una delatrice della famiglia, anzi, me ne sono fatta addirittura due e cerco di essere presentissima e amorevole anche con tutti gli amici più stretti, che considero famiglia anche loro, ma il decreto natalizio non può colpirmi a livello di parenti di primo grado e ora vi dico perché.

Io sono orfana da molti anni, ci ho messo tanto tempo e moltissimo impegno per non farmi mancare i miei genitori il giorno di Natale, quindi ora con sta pandemia mi trovo avvantaggiata, se così si può dire.

Ci sarebbe però la famiglia di mio marito e qui si apre un capitolo quasi più doloroso della mia orfanitudine.

Stiamo insieme ormai da molti anni e siamo sposati da quasi due, ma non abbiamo mai, mai ricevuto un invito per Natale; quando il figlio lo ha fatto presente gli è stato detto che noi possiamo andare da loro quando vogliamo, non abbiamo bisogno di un invito, quindi mai nulla di organizzato, atteso, preparato col cuore, ma solo sì dai, se proprio vuoi vieni. Per anni ho organizzato il Natale io, da noi, non accettavo che loro ci fossero, a differenza dei miei, e che non gliene fregasse nulla di passare le feste con il loro figlio, con la famiglia, io ho bisogno per la mia storia di unire, tenere insieme, creare occasioni per stare bene insieme ma con loro non ci sono purtroppo mai riuscita fino in fondo. Loro sono riusciti ad insegnarmi che ad un certo punto è bene lasciare perdere, io che alla fine bene o male sono sempre riuscita a smuovere anche le montagne, ma con loro no.

L’ultima volta che è venuta lei, 4 anni fa, non ha voluto mangiare quasi nulla a parte una minuscola fettina di arrosto, avevo cucinato per ore come faccio sempre in queste occasioni, per me il preparare con cura il cibo e addobbare casa con luci e profumi sono gesti di amore profondo che però in alcuni casi cadono nel vuoto. L’ultima volta invece che è venuto lui, 2 anni fa, avevo preparato personalmente i tortellini, fatto il brodo di cappone e l’arrosto delle grandi occasioni, spignattavo dalla vigilia e lui si è portato il cibo da casa senza chiedere nulla, una teglia di lasagne oltretutto da cuocere completamente anche se lui diceva che erano solo da riscaldare, per cui siamo stati un’ora e mezza davanti al forno a cercare di riempire l’imbarazzo con discorsi sul tempo e Massimo furioso e muto. Da quel momento ho deciso che non li avrei mai più invitati, erano troppo mortificanti e tossici, ma i natali solo noi rimangono un discreto dolore, è come essere orfana due volte, anzi quattro.

I miei suoceri sono come Scrooge all’inizio del Canto di Natale di Dickens e non credo che miglioreranno mai:

– “Non siate così di malumore, zio – disse il nipote.

Sfido io a non esserlo – ribatté lo zio – quando s’ha da vivere in un mondaccio di matti com’è questo. Un Natale allegro! Al diavolo il Natale con tutta l’allegria! O che altro è il Natale se non un giorno di scadenze quando non s’hanno danari; un giorno in cui ci si trova più vecchi di un anno e nemmeno di un’ora più ricchi; un giorno di chiusura di bilancio che ci dà, dopo dodici mesi, la bella soddisfazione di non trovare una sola partita all’attivo? Se potessi fare a modo mio, ogni idiota che se ne va attorno con cotesto “allegro Natale” in bocca, avrebbe a esser bollito nella propria pentola e sotterrato con uno stecco di agrifoglio nel cuore. Sì, proprio!

– Zio! – pregò il nipote.

Nipote! – rimbeccò accigliato lo zio, – tieniti il tuo Natale tu, e lasciami il mio.”

Ecco il mio Natale al riparo dai dpcm, dove chi amo di più è vicinissimo per fortuna. Rimane però un po’ di invidia per le vostre famiglie più larghe, belle e unite, lasciatevelo dire.

Jim Carrey nel film Canto di Natale (2009)

Inchiodati alle nostre vite

Cucù, eccomi! Perdonate la lunga assenza qui, ma stavo provando a prendere le misure di queste settimane così strane, poco luminose, faticose e per certi versi deliranti che stiamo vivendo, io che all’inizio di questa pandemia mondiale avevo scritto che sarebbe finito tutto presto, come tutte le cose senza cuore, la solita poetica io e infatti il covid è ancora fra noi e ci ha rubato molta della serenità che davamo per scontata prima che arrivasse lui.

È in corso un cambiamento profondissimo, tanto vale assecondarlo e non combatterlo, ma non è facile, lo sappiamo tutti molto bene.

Qualche giorno fa ho letto un pensiero di Chiara Gamberale che mi ha colpita tanto e ha dato una svolta alla mia riflessione.

Eccolo: “In questo secondo lockdown siamo angosciati perché quello che stiamo chiamando pandemia altro non è che la nostra stessa esistenza. Ci preoccupa il fatto che alla fine del tunnel c’è di nuovo la nostra vita: siamo sicuri di volerla ancora? Senza più i palliativi, le distrazioni, gli amici, i viaggi ci ritroviamo a tu per tu con le nostre scelte. Il secondo lockdown ci inchioda alle nostre vite”

e quando ho letto queste parole ho strabuzzato gli occhi, mi sono detta che è proprio così, siamo inchiodati alle nostre vite e non possiamo più condirle con fronzoli e cotillon come facevamo prima, non possiamo più distrarci, dobbiamo per forza guardarle in faccia, queste nostre vite e anche loro ci osservano, inesorabili e i vuoti, i buchi, i dolori si notano molto di più di prima.

Sento tanti amici in crisi, anche io mi chiedo molto spesso come sarà il domani e mi rendo conto che il mio oggi esattamente così com’è non mi corrisponde più completamente, che effettivamente avrebbe bisogno di riflessioni e cambiamenti e questa è la parte più faticosa, più sfidante e complicata,

o forse no. Perché è vero che i cambiamenti fanno paura e mettono un po’ di ansia, ma è altrettanto vero che solo mettendoci in discussione e migliorandoci possiamo continuare a crescere e avere una vita in cui riconoscerci pienamente.

E poi è anche una faccenda di sogni; la vita frenetica di prima forse ci aveva portato a metterli da parte, a pensare che potevano stare nel loro cassettino perché avevamo moltissimo altro da fare e ci andava bene così. Nel silenzio e nell’immobilità di questo periodo invece abbiamo più tempo per ritrovarli e pensare seriamente a come realizzarli, o almeno io lo sto facendo e fra mille non ce la farò mai e altrettanti perché non dovresti farcela mi sto rimboccando le maniche, perché la prima che deve credere in se stessa sono assolutamente io.

disegno da Pinterest

È violenza se…

Oggi è la giornata mondiale contro la violenza sulle donne e chi mi segue sui social sa quanto questo sia un tema che mi sta a cuore e non solo oggi, per me è sempre il 25 novembre.

Di seguito troverete i miei è violenza se,

alcuni sono accaduti autobiografici, altri no ma è come se lo fossero, perché la violenza sulle donne ci riguarda tutte, anche quelle donne che paradossalmente dicono che va bene così, che il problema non esiste, che sono le femministe in realtà che rovinano il mondo e rendono i poveri uomini aggressivi e frustrati.

I miei è violenza se riguardano piccole e grandi violenze perpetrate sia da uomini che da donne e che vengono da quell’unico contenitore che è il patriarcato che li contiene entrambi.

È violenza se la tua futura suocera e sua cognata ti guardano da capo a piedi e ti dicono “ma come fai ad essere così magra?! Ma tanto diventerai grassa anche tu quando andrai in menopausa!” e giù a ridacchiare,

se il presidente di commissione di un concorso durante la prova orale ti chiede dove lascerai tua figlia di pochi mesi quando avrai i turni di pomeriggio tardi o di sera, quando il nido è chiuso,

quando vai a fare un colloquio di lavoro e il selezionatore ti chiede ridendo se hai intenzione di fare (altri) figli.

È violenza se nei titoli di giornale leggiamo di notizie riguardanti donne importanti che però vengono nominate solamente come una donna, senza nome, senza cognome, senza titolo, come che alla fine quello che costruiscono le donne non sia poi così importante, sono semplicemente donne fra tante.

È violenza se si da per scontato che l’accudimento dei bambini, dei malati, dei familiari con problemi sia solo ed esclusivamente femminile, sono le donne che devono pensarci e portare tutto il peso emotivo e psicologico di situazioni pesantissime,

se si da per scontato che sia sempre la donna a dover adattare la propria vita alla vita che cambia, perché per loro è facile, ci sono abituate, possono permetterselo,

se quando la donna dice la verità, che si sente sola e non ce la fa più, allora diventa l’esaurita incapace da sbeffeggiare o da allontanare, per essere ancora meno presenti e farle sentire che la responsabilità è sempre tutta sua.

È violenza se alla sera lui torna a casa e lei è sul divano, la tavola non apparecchiata e lui inizia a sbattere le porte, gli oggetti e non parla per ore e lei gli chiede cos’è successo e lui gelido risponde niente,

se sottolinea che lui lavora, lui, come che lei invece non faccia nulla,

se spesso dice per fortuna che ci sono io con te, altrimenti saresti completamente sola.

È violenza se una ragazzina di 18 anni viene violentata per 20 ore da un facoltoso imprenditore e la colpa è di lei che è andata a quella festa con le sue gambe, è entrata in quella camera con le sue gambe (cosa si credeva, di andare a recitare un rosario?), che ha messo foto con abiti da mignotta sui suoi social, che si vede dai che è una puttanella, altrimenti sarebbe stata a casa sua, e poi suo padre dov’era, come mai ha dato tanta libertà a sta debosciata che poi è andata a mettere nei guai un povero imprenditore di 44 anni che ha fatto quello che ha fatto solo a causa della cocaina, poverino: sono state la cocaina e la tentazione, non lui a sfondarla.

È violenza se una maestra 22enne subisce il reato di revenge porn e parallelamente a causa del video divulgato viene costretta al licenziamento dalla sua datrice di lavoro scandalizzata per il fatto che l’angelica maestra faccia sesso e le piaccia e tantissime persone si permettano di dire che non avrebbe dovuto divulgare quel video, che non si sarebbero mai aspettate che facesse quelle cose e allora con i miei figli non la vorrei per nessun motivo al mondo,

quindi è violenza se le persone, uomini e donne, si permettono di dire alle donne come si devono comportare, che cosa possono o non possono fare e pensare.

È violenza se ci si sente dire che le donne sono esseri superiori e che il sole sorge perché ci sono loro e insegnare ai nostri figli maschi che le donne sono fragili e vanno protette, non è vero e questi pensieri apparentemente gentili sono solo l’altra faccia del pensare alle donne come cosa propria, si chiama patriarcato e paternalismo,

ma è violenza anche se molte donne prendono in giro chi in canotta e short passa in vicoli poco raccomandabili perché lo dovrebbero sapere che gli uomini faranno commenti e gesti pornografici, o addirittura la molesteranno ed è indubbiamente colpa loro perché l’uomo è di carne e se lo provochi………………

È violenza se le colleghe donne ti obbligano a turni non previsti dal contratto pur sapendo che la collega non ha aiuti col suo bambino e il marito lavora (lui) e ti fanno mobbing se non ti presenti all’orario da loro stabilito (non previsto dal contratto, ripeto),

se le donne si ritorcono contro le altre donne perché sono più patriarcali degli uomini.

È violenza ogni volta che ad una donna viene detto con disprezzo di tacere.

Potrei andare avanti ancora molto con questo post, ma credo che ciò che ho scritto sia abbastanza e chi mi legge può tranquillamente continuare la lista se lo vuole.

La violenza sulle donne è uno stigma, uno stereotipo, uno sfruttamento criminale, rendiamocene conto noi donne per prime. Curiamo l’amore per noi stesse, la stima che ci dobbiamo, la consapevolezza del nostro valore e la gioia per la nostra autenticità più profonda e basta con il bisogno degli uomini e quindi vogliamo parità di diritti e di salari per essere libere e aver bisogno di un uomo solo per amore. O anche no e va bene così.

Lacrima facile

Oggi piango facilmente,

forse perché ho finalmente rifatto l’albero di Natale dopo anni senza a causa dei gatti distruttori o forse perché la Miranda mi ha rotto il nano che avevo sul balcone (appunto, come volevasi dimostrare).

Comunque quando una mia cara amica mi ha raccontato cos’ha fatto oggi mi sono commossa moltissimo, moltissimo. Il suo papà è ricoverato in ospedale a causa di un bruto contro cui combatte da anni, negli ultimi giorni sono stata molto preoccupata per lei perché la vedevo stanca, assente, lei che è sempre così sorridente e dolce, non che non lo fosse più ma prevalevano il dolore, la paura. Bè, oggi lei, la sua mamma e i suoi fratelli sono andati a trovarlo ed è stato bellissimo, sono dovuti rimanere fuori ovviamente, nel parcheggio sotto al reparto, si sono portati le sedie, lui al secondo piano, alla finestra e parlavano al telefono. Questa visita ai tempi del covid mi ha commossa tantissimo e se lavorassi in ospedale piangerei continuamente perché immagino che l’amore stia prendendo davvero tantissime forme in questo periodo demmerda e già non trattengo le lacrime normalmente, figurati se lavorassi là.

Quante forme può assumere l’amore?

Nano in attesa di attack

La filigrana dei nostri giorni

Questa vita sospesa ci sta insegnando quanto è preziosa la normalità, ho appena letto in una stories di una amica, ed è proprio ciò a cui stavo pensando da un pò. Questo covid demmerda, al di là di tutto il dolore e lo smarrimento e i casini che ha portato, ci offre in realtà anche l’occasione preziosa di riflettere sulla filigrana dei nostri giorni, ossia sulla trama più o meno raffinata e minuziosa che contraddistingue la nostra vita e la rende unica. Occasione preziosa perché raramente ci si sofferma a riflettere su queste cose, ma ora possiamo, e dobbiamo, farlo perché il nostro domani sia migliore, più sostenibile, umano e rispettoso di noi stessi e degli altri. Che nessuno si salva da solo è un messaggio che in questi mesi bruttissimi è arrivato forte e chiaro, vero?

In quel di Modena tutto procede abbastanza tranquillamente, anche se il numero dei contagi è altissimo, il più alto in regione.

Nonostante questo ogni sera verso le 18.45 Pasqualino si accoccola davanti alla porta di ingresso e aspetta che torni Massi. I gatti sono diventati molto più affettuosi, oserei quasi dire che si sono addomesticati, ed è tutto dire. Io per sta storia di igienizzare tutto faccio il doppio delle lavatrici ed ho trovato un ammorbidente ai fiori di loto che mi rende ogni ritorno a casa speciale per il profumo che viene dalla lavanderia; al giovedì poi inizio a prepararmi alla clausura del week end e al Conad vicino a casa riempio il carrello di cibi confort e anche un pò porn tipo strati di pasta da farcire di ragù per le lasagne, gocce di cioccolato per la torta della domenica, vino, olio di quello buono perché si sa, il cibo aiuta e molto, è una cura universale. Domani andrò dal parrucchiere accanto al nido, mi perdoni la mia Katia ma non posso uscire dal mio comune, e mi farò probabilmente una bella frangetta perché quando c’è freddo e anche un po’ di tristezza mi piace stare riparata e poi la lascerò crescere per il sole della prossima estate, come al solito. Stasera arriva il nuovo alberello di Natale perché dopo tanti anni che non l’ho fatto per il timore che i gatti lo distruggessero, e con lui le preziose palline che colleziono da una vita, ho deciso di tornare a fidarmi della magia di questo periodo e poi diciamocelo, col fatto che siamo molto più in casa i gatti e Pasqui avranno meno possibilità di attentare al simbolo del Natale. Andrà tutto bene, no? E poi mi rinnamoro di Massi, che lunedì inizierà la nuova cura, ve l’ho detto no che nonostante l’intervento c’è già una ripresa di malattia? Ah, il 5 dicembre qualcosa di nuovo lo inizio anche io, un corso di scrittura femminile esorbitante con la mia Ross, non vedo l’ora!

La filigrana dei nostri giorni,

conosciamo la nostra?

(foto Pinterest)

Si è sempre soli quando si muore

Dopo nove mesi di incubo covid tutto brucia molto, brucia di più, soprattutto nei luoghi in cui pare che si sia fatto meno per tutelare i cittadini e magari questa cosa è vera, poi purtroppo ci sono anche gli sciacalli che stanno seminando ignoranza e forse ancora più morte di quella che genera il covid, la morte delle menti e del pensiero.

In questi giorni è balzata sulle cronache la notizia del signore anziano che è morto da solo in un bagno del Cardarelli di Napoli e sono tutti indignatissimi, perché non si può morire così, da soli, in un bagno, in un ospedale in balìa del covid e della politica inefficiente e sporca. Il signor Giuseppe aveva 84 anni, il diabete e lo stramaledetto virus.

Anche mia mamma è morta da sola, in un bagno del reparto di pneumologia del policlinico di Modena. La signora Meris aveva 53 anni, microcitoma ai polmoni e infine un infarto, 20 anni fa. Al sabato vuotava la lavastoviglie e al giovedì è morta, da sola, in un bagno, come è successo pochi giorni fa al signor Giuseppe.

Non è giusto, è vero. Non è per niente giusto morire e oggi non ho voglia di scomodare filosofia e religione che possono rendere più accettabile questo inesorabile processo, no: morire fa schifo, per chi se ne va e per chi resta. E morire in un bagno fa ancora più schifo, lo so sulla mia pelle e per anni ho pensato che se io fossi stata lì, quel giorno, con mia madre, non sarebbe morta, l’avrei salvata, non so come ma ci sarei riuscita e invece no, non c’ero, ero a casa a guardare la tv e la Nonnina mi aveva bloccata, voleva che rimanessi lì con lei e così guardavamo la tv insieme mentre facevamo chiacchiere inutili e mia madre stava morendo da sola in un bagno di un grande ospedale di Modena.

Pensiamo sempre che se ci siamo noi le cose vanno meglio, sono piccoli deliri di onnipotenza che ci aiutano a confrontarci più serenamente con la realtà, con la vita, che però poi fa quello che le pare.

E infatti si muore sempre da soli, anche se c’è qualcuno accanto. È difficilissimo da accettare, ma è così. E si può morire anche in un bagno di ospedale, purtroppo. Perché la vita, e la morte è l’altra faccia della medaglia vita, fa sempre quello che le pare.

La mia mamma da giovane

Perdere tempo con filosofia

Sottotitolo: buon compleanno Benny!

Ci sono giorni in cui non mi piace niente e non mi piaccio io.

Tipo ieri, ma anche un po’ oggi.

Non mi piace perdere tempo e non mi piaccio io quando non so prendere il fatto che inevitabilmente perdi tempo ogni giorno in un’infinità di faccende, tipo i ricevimenti online con i prof di mia figlia ma anche riattivare la app della banca, con filosofia. Non riesco a perdere tempo con filosofia e non me ne stupisco, perché a me la filosofia proprio non è mai piaciuta e forse anche per il fatto che le mie risorse quotidiane di pazienza sono davvero esigue, anzi, in certi giorni la riserva l’ho bruciata prima ancora di poterla utilizzare.

Da qualche giorno c’è una gran lotta dentro di me. La mia naturale propensione ad essere felice si scontra con piccole grandi preoccupazioni e con il momento storico che stiamo vivendo che mi genera tante incognite e quando non posso gettare il cuore oltre l’ostacolo, e in questo periodo è impossibile farlo, mi incasino non poco.

In ogni caso oggi per me è festa perché è il compleanno di Benny! Sedici anni fa nel primo pomeriggio è nevicato e poi è arrivata lei, velocissima, perché il cesareo non ti lascia il tempo di capire che cosa sta succedendo e onestamente ancora non l’ho capito bene, che cos’è successo il 9 novembre del 2004. So solo che la mia bambina mi ha trasformata in una guerriera e che lei viene sempre prima di tutti.

Oggi è pure il compleanno del mio Zietto anche se a lui questo giorno non piace più da quando la Nonnina l’ha scelto per andare in cielo 4 anni fa, alle 5.22 di mattina. Che giornata, questo 9 di novembre! E che pazienza ci vuole!

26 maggio 2019

Siete stati un po’ in pensiero?

Eccomi, dopo diverse settimane. Siete stati un po’ in pensiero?

La questione è che sono rimasta un po’ male per diversi commenti arrivati su facebook ad un post del blog che avevo messo in evidenza, commenti sciocchi e avvilenti, scritti dai leoni (e molte leonesse) da tastiera che imperversano purtroppo sui social, tutti abbiamo incontrato almeno una volta queste persone che si sentono importanti solo se esprimono la loro (inutile) opinione, se offendono, se calpestano per sentirsi grandi.

Oltre a questo sono anche giorni in bilico, questi. Il covid ci ha sconvolto davvero la vita e non è solo un modo di dire. Siamo sempre in attesa di capire se i contagi sono aumentati, se uscirà un nuovo decreto, se dovremo tornare in lockdown, se potremo tornare a lavorare anche la settimana dopo, c’è tanta ansia e anche paura attorno a me, di ammalarsi, di perdere ciò che amiamo, ciò che abbiamo costruito. Attorno a me e anche dentro di me. È inevitabile, pur con tutto l’ottimismo possibile.

Stasera però senza volere mi sono soffermata a riflettere sui gesti di questi ultimi giorni e ho sentito un calore confortante dentro, perché comunque la libertà di essere come siamo non ce la toglie nessuno e i gesti che facciamo ci contraddistinguono. Ho acceso candele nere per i riti di Samhain, ceri davanti alla tomba dei miei genitori per la festa dei morti e le candeline stasera sulla torta di compleanno di Massi, portato fiori sulle tombe di persone dimenticate e oggi un fiore ad un amico al quale volevo dire che gli sono vicina, tanto, accarezzato il pelo di Pasqualino che non è stato bene, il viso dei bimbi che fanno gli incubi, la pelle di Massi, i capelli di Benny, scattato foto insieme alle mie amiche perche almeno se non dovessimo vederci per un po’ di tempo ho quelle, respiro piano per sciogliere l’ansia e sorrido, sorrido molto nonostante tutto, perché spesso c’è ben poco da ridere in questo periodo. Ah, e poi sto imparando a non scappare, a rimanere dritta dritta in mezzo al caos, perché è solo attraversandole che le cose si risolvono.

E voi? Quali sono i vostri gesti importanti?

Ottobre è il mese della prevenzione del tumore al seno

Ottobre è il mese della prevenzione del tumore al seno, ma non solo ottobre, lo sappiamo vero?

Dobbiamo avere cura di avere sempre un profondo rapporto con noi stesse, conoscerci, prenderci cura di noi, ascoltarci e vivere in modo più naturale e sereno possibile. Non sono parole di circostanza, è un progetto sano e fattibile, ve lo assicuro.

Chi mi segue da diverso tempo sa che poco più di due anni fa sono stata operata al seno e per fortuna il nodulo era benigno, se scorrete qui potete trovare la narrazione di quei giorni, avevo cercato di raccontarne il più possibile perché so quanto è importante nella prevenzione raccontare la propria esperienza.

Nelle ultime settimane ho deciso di eliminare un contraccettivo ormonale per avvicinarmi sempre di più a me stessa e poter osservarmi più vera, senza filtri, nature, poi sappiamo che gli ormoni sono un argomento delicato rispetto a possibili tumori al seno. E proprio in questi giorni devo fissare i miei controlli e mi trovo nel limbo dei quasi 45 anni, età in cui si entra nello screening regionale dell’Emilia Romagna di prevenzione del tumore al seno e devo quindi aspettare che mi chiamino per la mammografia, ma ho il timore che mi fissino l’appuntamento molto in là, così ho telefonato al reparto di chirurgia oncologica senologica di Modena in cui mi avevano operata e mi ha risposto una senologa che mi ha dedicato tutto il tempo necessario (e non è mica poco), ha riaperto la mia cartella, ha controllato il mio caso e mi ha tranquillizzata, consigliandomi di chiamare l’ufficio dello screening per vedere se riescono ad anticiparmi la mammografia.

Amiche prendetevi cura di voi, fate l’autopalpazione e il pap test, mangiate sano, fate yoga o tutti gli sport che volete, ascoltate le altre donne, che sono una ricchezza inestimabile e abbiate sempre un bellissimo rapporto con voi stesse e tutte le vostre parti ❤️🎈 a ottobre e sempre.

Quelle come me

Le donne come me ci hanno messo decenni per imparare a dire no, mi dispiace, non credo di farcela, non me la sento, non ne ho voglia,

insomma no.

Perché quelle come me per tanti anni sono state madri al posto di quelle che non hanno voluto e saputo esserlo, padri per gli stessi motivi, compagne, rocce, basi sicure, zie rassicuranti, assistenti sociali, psicologhe, amanti, cattoliche perfette,

insomma tutto, perché quando cresci randagia devi fare i conti col desiderio ancora più profondo di essere all’altezza, di andare bene, di essere brava e più ruoli hai più sono le possibilità di andare a letto felice la sera.

Oggi ho rifiutato un lavoro, ho detto un no importante, ho deciso che anche il non me la sento proprio ha pieno diritto di esistere nel mio repertorio di risposte e che l’autenticità deve essere molto più forte dell’oddio, non sono stata all’altezza.

Non sono Wonder Woman, sono me stessa e basta. E ho imparato ad amarmi esattamente così. Uno dei regali più straordinari che possiamo farci.

Leonesse

L’amore più grande

Non è vero che se metti la base trasparente sotto lo smalto nero o verde l’unghia non si rovina, è giusto che si sappia, così come non è vero che anche se fai di tutto per proteggerti e fare le scelte giuste poi non soffri lo stesso. Non soffre chi rimane sempre uguale a se stesso, chi fa sempre le stesse cose e cammina sulle stesse strade, chi si veste sempre uguale e ha lo stesso taglio di capelli da decenni, chi si sente a posto così, non ha bisogno di altro e forse in fin dei conti la felicità nemmeno la cerca.

Io invece sono come la luna, a volte ci sono tutta, a volte solo un pezzetto, in altri momenti scompaio e poi torno e così posso essere più recettiva e accogliente ma anche bisognosa di stare da sola e non dovermi occupare di nessuno, così come stabilissima ma anche aperta a tutti i cambiamenti, questa sono io e mi piacerebbe essere accettata così come sono, ma se non è possibile fa anche lo stesso.

Da non molto ho scoperto che l’amore più grande deve essere per me stessa e ora, a parte Pasqualino, più nessuno regge il confronto, leggete bene ciò che ho scritto eh, non partite col giudizio facile, please.

da Pinterest

Non credo di essere fatta per gli equilibri…

Il momento spesso più felice della mia giornata è quando vado a letto con i miei gatti, Pasqualino, i miei libri, facebook ancora aperto per sbirciare fino all’ultimo, la Pepi che fa le fusa tutta la notte, stasera con me c’è La straniera di Claudia Durastanti e tanti pensieri che non si calmano e qualche portone dischiuso qua e là e pure un po’ di smagliature nella mia solita felicità, che poi non sai se racconti perché sei felice o lo fai per diventarlo e te la immagini, la felicità. Anzi lo so: ultimamente la seconda che ho detto. Mi fanno compagnia anche un po’ di tristezza e di delusione, ma non mi fanno paura, mi siedo, resto e le ascolto, hanno tanto da dirmi.

Dopo un grande dolore, viene un sentimento formale, dice la Dickinson nell’incipit de La straniera, mi piace.

Nell’ultima settimana mi sono stati rifiutati due racconti, per dire.

Mi sembra sempre tutto bello e subito dopo tutto difficilissimo, che fatica.

Non credo di essere fatta per gli equilibri…

moi en ce jours…

Giorni buoni, buoni giorni

È da stanotte che la Miranda vomita ovunque, pare l’esorcista, se si riuscisse a misurare il QI agli animali ed esistessero i deficit mentali per loro, lei sarebbe di sicuro psichiatrica, a giugno si è avvelenata mangiando le foglie della peonia, poi dicono che i gatti sono furbi, da qualche giorno invece mangia talmente tanto che poi vomita tutto, bulimica insomma. E io a volte vorrei fare un passo indietro rispetto alla mia complicata famiglia e mi raccomando, la prossima volta che dirò che voglio adottare un altro animale fermatemi, per favore. Grazie. Ieri ho raccolto i semi della peonia e per vedere i suoi fiori sbocciare dovranno passare almeno 10 anni e infatti ho deciso che sarà la peonia Benny, una parte del mio lascito per lei, la mia eredità sarà composta da fiori, animali e libri, lo so già. Gli ultimi giorni non sono stati buoni, la tentazione sarebbe quella di riempirli di cose belle, ma a volte è bene rimanere dentro alle cose senza cercare di migliorarle perché tanto passerà e va bene così, non si può e non si deve trasformare tutto e l’autunno alle porte ce lo insegna.

Ci sono i giorni poco luminosi che nessuno vorrebbe, nei quali si mette in discussione un po’ tutto e tutto sommato sono buoni giorni ugualmente.

Una delle buone abitudini del lockdown, leggere il giornale la domenica mattina

I nazifascismi dentro ciascuno di noi, la vita e la morte

Sottotitolo: leggerina oggi…

Ieri ho avuto una giornata talmente traboccante di bellezza che non riuscivo ad addormentarmi e mi capita spesso e ne sono davvero grata.

Quanti muri mi sono costruita attorno per tanti anni, ma il mondo là fuori è stupendo, è una possibilità di bellezza ogni giorno.

Dopo il lavoro sono corsa a teatro a vedere lo spettacolo Segnale d’allarme. La mia battaglia di Elio Germano e Omar Rashid e al termine dello spettacolo, che abbiamo visto con visore e cuffie perché è in realtà virtuale, c’e stato l’incontro con Germano e Rashid. Ci sono andata vergine, non avevo avuto il tempo infatti di leggere nemmeno la trama e credo che questo sia stato un valore aggiunto perché ho partecipato allo spettacolo senza condizionamenti, sono stata d’accordo con Germano che diceva che bisogna tornare alla meritocrazia, che non tutti possono sempre dire la loro su tutto, che le privatizzazioni sono sbagliate e bisognerebbe ritornare all’amore per il proprio lavoro, senza considerarlo soltanto un mezzo di sostentamento e nel frattempo io riflettevo sul referendum sul taglio dei parlamentari, guardavo gli altri spettatori con il mio visore, soffrivo a causa della mascherina e in certi momenti facevo anche fatica a respirare, Germano ad un certo punto ha iniziato a parlare con un tono di voce più squillante e assertivo, strano mi sono detta, perché parla così, e diceva che tantissime aziende italiane sono in mano ad arabi e ad ebrei, sentivo crescere un senso di disagio, quando ha urlato che bisogna vietare i matrimoni misti ho capito tutti i segnali di allarme precedenti e ho osservato col visore il pubblico, in tanti applaudivano, io ero sotto choc, avevo trovato condivisibili tantissimi spunti dati e mi rendevo conto solo in quel momento che è così che accade, che sembra tutto logico e giusto, ma bisogna sempre cercare l’umano. A quel punto lo spettacolo ormai era urlato, un carosello di stereotipi e luoghi comuni, slogan e idee trite e ritrite fino a quando sul palco sono saliti ragazzi e ragazze coi cappucci tirati su e il pugno alzato e la bandiera con la svastica e poi immagini dei campi di concentramento e io ho pianto, sì perché non me l’aspettavo proprio e ho pianto dentro al visore e pure fuori. Poi Germano ci ha spiegato che siamo abituati a pensare in termini assoluti di bene e di male e noi ovviamente siamo sempre dalla parte del bene e invece no, col suo spettacolo ha voluto guidarci nel fare i conti con i nazifascismi che tutti abbiamo dentro, anche se diciamo di no. Credo che abbia ragione e ragionare per estremi non aiuta. Lo spettacolo è stato tratto dal Mein Kampf, la mia battaglia appunto. Lui stava ancora parlando che io sono purtroppo {ma anche per fortuna} dovuta scappare al Filatoio, in questi giorni c’è il Festival della fiaba e io la conferenza di apertura sulla Grande Madre non potevo proprio perdermela e via anche lì di bellezza estrema, la relatrice Amanda Louise Michele Arruzza ci ha parlato tanto di come è inevitabile e sublime attraversare il buio, non averne paura, perché la vita è un ciclo continuo di vita, morte, trasformazione e la natura ce lo insegna e oggi più che mai dobbiamo imparare ad ascoltarla. E poi amici, Bendésa, vino, tarocchi, letture, riflessioni, intuizioni…

insomma, non riuscivo proprio a prendere sonno ieri sera.

“Segnale d’allarme. La mia battaglia”, la Randagia col visore e le cuffie.
Foto Ennesimo Film Festival