Dissertazioni sulla cura, post molto personale, attenzione

Ieri per motivi vari riflettevo su una delle mie caratteristiche più evidenti da tempo immemore, la capacità di prendermi cura che mi porta inevitabilmente a mettermi a disposizione, a chiedermi che cosa posso fare per l’altr*, chiunque ess* sia, conosciut* una vita fa o la settimana scorsa. Come posso migliorarti la vita, aiutarti ad essere di più te stess*? mi chiedo almeno una volta al giorno e a volte nemmeno me lo chiedo, faccio e basta.

Per certi versi trovo che sia un tratto patologico, diciamocelo, che ha a che fare con le proprie fragilità e col bisogno di essere accettati,

già, le nostre fragilità,

di solito chi sa prendersi cura degli altri conosce la fatica del proprio divenire e anche che la vita nasce con noi ma poi va continuamente alimentata e protetta ed è proprio la fragilità che rende indispensabile la cura di sé.

La cura è arte del vivere, proprio e altrui. Da lei dipende la possibilità che la vita sia conservata, riparata e fatta fiorire, anche quelle vite a cui nessuno bada, le vite randagie che apparentemente contano meno e sapete che da una ricerca fatta non molti anni fa negli Stati Uniti i lavori di cura sono in gran parte esercitati da attori sociali quasi invisibili, le donne, a lungo svalutate e tenute spesso gratuitamente a prendersi cura degli altri perché la cura ancora viene vista come una attività naturale delle donne, per la loro natura oblativa e incline al sacrificio? Onestamente non so se siamo fuori da questa visione, anzi lo so: NO. Chi si occupa dei lavori di cura (tat*, insegnanti, infermier*, badanti, operatori sociosanitari sanitari) sta ai posti più bassi nella scala retributiva e a livello di riconoscimento sociale, anche se durante l’emergenza covid infermieri e oss venivano considerati eroi, poi però il tempo passa e le cose si dimenticano e le lotte si abbandonano, soprattutto se non sono le nostre, soprattutto se riguardano le donne.

La teoria biologistica, ossia sei donna sei nata per dare la vita e prenderti cura di essa, è ancora parecchio in voga, checchè se ne dica e durante il covid ne abbiamo avuto l’ennesima prova, nella testa di tant* le donne devono stare a casa e basta, con buona pace delle femministe che sono sempre più antipatiche a molt*.

La cura invece è intergenere, riguarda cioè gli uomini e le donne allo stesso modo, non è vero che le donne ci nascono e gli uomini no.

Certo le donne hanno più dimestichezza con le proprie fragilità, temono molto meno la tenerezza ed è vero che hanno più collegamenti fra gli emisferi cerebrali, tuttavia io ho molta fiducia nell’uomo, nonostante tutto, negli uomini che non devono chiedere mai e non ammettono che c’è sempre una donna che si prende cura di loro.

Randagi

E-state

Finalmente è estate anche per me!

Quest’anno credevo ormai che non sarebbe arrivata, dentro di me intendo.

E invece stasera mentre tornavo da yoga al tramonto coi finestrini completamente giù e i Roxette a buco ho sentito che è arrivata, finalmente. Lo sto scrivendo dopo la doccia con i capelli bagnati e profumati di menta e rosmarino, ad un certo punto decido che non mi devo più preoccupare della cervicale e allora welcome summer!

Domani sarà una giornata intensa, inizio una cosa bella e intanto continuo a studiare per il concorso, mi sento piena di energia, devono essere le fiale di ginseng che mi ha dato la mia dott.

E-state, senza paura, qui e ora, con quello che c’è (cit. Ga).

Cena in vigna

Sentirsi come margherite gialle

Con sto caldo la mia pressione massima è 60, la dottoressa mi ha regalato delle fiale di ginseng, arrivo a sera con un male alla testa che pare che si rompa, avevo perso i miei quaderni per l’ennesimo concorso a fine luglio, li ho cercati tutto ieri pomeriggio ma nulla e stamattina l’insight, erano nel baule della mia macchina da luglio 2019, ossia dall’ultimo concorso che ho fatto, ormai mi conosco, certe cose ho bisogno di tenerle abbastanza lontane da me, finché posso. Ieri sono andata al nido a raccogliere le mie cose e a salutare le mie colleghe, è bello sentire forte il bene che mi vogliono, ne abbiamo condivise tante e al nido mi sento come a casa. Ho preparato il mazzetto con le erbe e i fiori dell’acqua di San Giovanni, serve a tenere lontano gli influssi maligni, è un periodo impegnativo per me ma sto bene, mi sento come le mie margherite gialle 💛

Ciò che è esposto alla luce diventa luce.

Maneggiare con cura

Oggi il mio esercizio di scrittura ha preteso un ragionamento sulla fragilità, figurati, è come invitare un’oca a bere, ho scritto così tanto che è arrivata l’ora di pranzo e non me ne sono neppure accorta.

Qualche settimana fa avevo ordinato sul sito di Zara home un vaso bellissimo, verde a pois e righe bianche, sapete che non posso vivere senza fiori, bè è arrivato rotto, ho chiamato subito il call center, mi ha risposto un ragazzo gentile dalla Spagna, che voglia di spiaggia mi ha fatto venire, gli ho raccontato tutto, mi ha risposto di buttare via il vaso rotto e anche di stare molto attenta a non ferirmi nello smaltimento, ho apprezzato che l’abbia detto, poteva non farlo, mi ha assicurato che nel giro di pochi giorni sarebbe arrivato quello nuovo. Prima di mettere giù mi ha chiesto se sulla scatola del vaso rotto c’era l’adesivo fragile, ho controllato, non c’era. Qualche giorno dopo è arrivato il vaso nuovo, perfettamente imballato in triplo strato di carta kraft e sul pacco un grosso adesivo che diceva FRAGILE, stavolta il vaso era intatto, quello vecchio però non l’ho ancora buttato, non riesco a separarmi dalle cose a pezzi.

Pensavo che bisognerebbe trattare tutto come che sia fragile anche se non c’è l’adesivo, io ci provo ogni volta a trattare pacchi, persone, cani, fiori, bambini, poesie, sorrisi, semafori, parole, cibi, messaggi con molta gentilezza, mi prendo il tempo necessario per farlo perché è giusto così, non mi importa se la fragilità è evidente oppure no, in un mondo gentile vivono meglio tutti, i fragili e i forti. Non dovrebbe esserci bisogno di adesivi nel mio mondo ideale.

Le randagie certe cose le sanno molto bene.

Stasera quando uscirò con Pasqualino raccoglierò le erbe per la notte di San Giovanni e anche dei fiori di campo da mettere nel mio vaso verde a pois e righe bianche.

Le giornate scorrono velocemente fra mille cose, da domani inizierò a preparare l’ennesimo concorso per un posto al ribasso, lo faccio perché mi sento più tranquilla così ma ho la certezza che stia per arrivare qualcosa d’altro, qualcosa di giusto per me, ora.

Leggo molto, scrivo moltissimo, curo i miei fiori e i miei animali, alla sera vado a letto distrutta e mi addormento subito, quasi più in fretta di Pasqualino e sono soddisfatta di essere una randagia fragile che ama tantissimo le storie e le parole.

Da maneggiare con cura però. Come ciascuno di noi.

Un incrocio fra un breton, un volpino e un unicorno

Ora che Pasqualino è con noi da due settimane domani e lo conosco meglio posso raccontarvi qualcosa di lui, a modo mio ovviamente.

Pasqui deve essere un incrocio fra un breton, un volpino e un unicorno, è bianco a macchie beige blonde, ha le lentiggini sul muso e i frisee nelle orecchie . Il suo pelo profuma di lavanda e camomilla e i polpastrelli delle zampe di pop corn. Ama molto il ragù e andare in ascensore perché le scale le sa fare solo all’insù e dopo tre scalini è già stanco. Quando fa la pipì non sa alzare la zampa ma lo vorrebbe tanto e al parchetto si posiziona al centro del vialetto come un jumbo sulla pista di decollo e corre fortissimo senza imbalzarsi, per questo il vicino del civico 11 dice che secondo lui sta guarendo e che camminava male solo perché era chiuso nel box del canile.

Il Comune di Fiorano ha arbitrariamente deciso che Pasqualino è nato il primo febbraio 2019 e per quel giorno è stata dichiarata la terza festa del patrono, dopo san Giovanni Battista e la Madonna del Castello.

C’è sempre bisogno di guardare il mondo con occhi di randagio per essere felici come un Pasqui.

Vite sostenibili e gratitudine

Da qualche anno ho iniziato a collezionare oggetti particolari e che mi emozionano, ad esempio ogni estate riempio un barattolo di quelli da marmellata di ricordi, in quello del 2019 ci sono pezzetti di legno, semi, sassi, conchiglie, foglie, santini, tappi di bottiglia, petali, gherigli, un ciuffo di peli bianchi e arancioni di Pipi, un bigliettino lavato con i jeans, 10.000 lire del borsellino di mio nonno, una spilla rosa con baci e cuori, una posidonia raccolta in spiaggia durante la settimana di scrittura in Toscana, un pezzo di corteccia, un bastoncino a T.

Durante il lock down invece ho collezionato i tappi di sughero delle bottiglie che abbiamo bevuto, 13 per la precisione. Il mio preferito ovviamente è il lambrusco.

Colleziono per poter continuare a viaggiare e durante la sessantena ho fatto tantissima strada, pur rimanendo ferma.

Ho imboccato una strada fatta di quanto sono speciali le cose piccole, i pensieri per gli altri, gli atti di gentilezza, l’amore per la natura che abbiamo attorno, vicina e lontana, di cura per se stessi e per chi amiamo, ma anche per il mondo là fuori, basta poco, donare il sangue e adottare un cane dal canile per esempio, una strada che ti permetta di avere sempre ben presente quali sono le cose preziose nella vita e una vita sostenibile e davvero a misura di essere vivente gentile e rispettoso è quanto mai indispensabile ormai, il covid-19 ce l’ha spiegato bene.

Pasqualino sta bene. Su consiglio della mia amica Silvia gli ho preso un collare che rilascia sostanze naturali rilassanti, soprattutto per quando rimane in casa da solo. Mentre gli tagliavo il pezzo di collare che non serve non stava fermo e ho tagliato anche un ciuffo di frisee delle orecchie, poi ho messo su il ragù e sono andata a buttare la differenziata. Al mio ritorno credevo di trovarlo dritto davanti alla porta e invece no, probabilmente non si è nemmeno accorto che ero uscita, non so se è stato per merito del collare o del profumino del ragu…

Continuo a provare un profondo senso di gratitudine…

Slap, voce del verbo slappare

Pasqualino è il cane della pioggia e del look down, dello slap slap e del guarda che il tuo cane non sta mica bene, è piccolo ma grandissimo e mi sta insegnando che si può sempre trovare un punto di incontro anche quando credevi proprio che non ci fosse, con persone che non avresti mai detto e il mondo è molto più semplice così e alla fine si risolve sempre tutto con una pisciatina e una leccata in piena faccia. Pasqualino sta imparando a correre e a non cadere dai marciapiedi, sta trovando nuovi equilibri e Piero e l’Antonia, i vicini, ogni volta che lo vedono gli dicono diooooo, come sei migliorato Pasqualino! e poi con me o Massi vedrai che guarirà, gli guariranno le zampe, non vi dovete preoccupare, se penso a quando è arrivato, guardalo adesso! C’e sempre necessità di equilibri nuovi e di stare attenti a non cadere giù da qualunque cosa e anche di incoraggiamenti, molti, perché così è più facile.

Durante il look down ho pensato tanto al mondo che vorrei e a quello che si è bruscamente interrotto. L’accoglienza di Pasqualino, così come di tanti altri cani che erano nei canili, è sintomo di un mondo migliore dove il rispetto delle fragilità, una pisciatina e uno slap fanno miracoli. Basta poco.

Felice come un Pasqui

Finalmente Pasqualino si è addormentato! Era da stamattina che saltava, rotolava, rideva, scodinzolava ininterrottamente e dalla felicità non vuole fare nè la pipi nè la cacca.

Stamattina mentre la responsabile del canile preparava le pratiche dell’adozione Pasqui è voluto entrare nello spogliatoio dove tengono gli stivali, nell’ambulatorio del veterinario del canile, dappertutto e ha infilato il muso in tutti i pertugi che trovava, credo che fosse il suo saluto a quel luogo e quando eravamo ormai pronti per andare la responsabile l’ha abbracciato, gli ha augurato buona vita e si è commossa molto e l’ha tornato a riabbracciare e gli ha dato tanti bacini dietro l’orecchio sinistro poi ha detto a noi che ci ringraziava tantissimo per quello che stavamo facendo ma credo che saremo per sempre noi a ringraziare il canile. È stata una bellissima esperienza l’essere entrati nella loro famiglia dove c’è davvero un posto per tutti.

Pasqualino è un cagnolino neurologico e per questo ancora più speciale. Il veterinario del canile mi diceva che non è scontato che un cane con discrete difficoltà reagisca in maniera felice come Pasqui, come succede alle persone e allora abbiamo creato l’espressione felice come un Pasqui!

Da diversi anni quando accadevano cose molto belle dicevo Massi un giorno prendiamo un cane e torniamo qui con lui? ma non credevo che sarebbe accaduto così in fretta e soprattutto durante una pandemia mondiale! È stato proprio il look down ad abituarmi a smettere di osservare troppo con i soliti occhi il mondo e così il mio sguardo prima è stato con occhi di fiori, poi di gatti e ora di cane e ne sono onorata.

La casa non sarà mai più pulita come al solito, ci saranno ancora più peli, un gran casino ma anche tanta, tantissima gioia.

Pasqualino non ha mai avuto un divano tutto suo. Ora sì, ce l’ha.

Portare la tristezza fuori dal piumino

Ci sono giorni in cui non ho voglia di portare la mia tristezza fuori dal piumino e non mi interessa proprio nulla se i pomodori stanno maturando, la rosa sta per rifiorire e oggi, proprio oggi, si può ritornare in sala a fare yoga, non mi interessa nemmeno che a letto vicino a me ci siano la Pepa e Tino detto Nino, Gino, Cino, Rino, Pino, a seconda.

Mi capita così, soprattutto al lunedì e non è per niente facile avere a che fare con la me triste; se la assecondi e le dici è una giornata così, dai, non succede nulla, fai quello che ti senti il rischio è che diventi ancora più triste, al limite della disperazione… Si può provare a forzarla un po’ e vedere che cosa accade, le puoi dire dai, vai a yoga, sarà bellissimo e poi sai che ti fa molto bene! e lei quasi sicuramente accetterà, si metterà i leggings più belli, si taglierà le unghie in modo che non si veda lo smalto sbeccato, cambierà la cover all’iPhone e sceglierà con cura gli anelli, perché è importantissimo ciò che vede quando è in quadrupedia e alla fine della pratica sarà molto soddisfatta di non aver assecondato la randagia disfattista e non importa se al mattino si è svegliata da sola per la prima volta dopo mesi perché la vita ha ripreso a scorrere e Massi è andato a lavorare e Benny è dal papà. Era da tantissimi lunedì che non accadeva, di rimanere da sola e avere una vita sospesa certamente non aiuta.

Capita di avere un po’ di paura quando la vita riprende e non sai bene che cosa accadrà.

foto Pinterest

Ritirarsi nelle proprie di〰️stanze

Ogni tanto mi ritiro nelle mie di-stanze e sparisco un po’, non me ne rendo molto conto se non quando mi dico oh, ma sono quasi due settimane che non scrivo su Comequando! e allora eccomi, non voglio lasciarvi troppo sol*, non voglio lasciarmi troppo sola.

Oggi piove, bene! i fiori al cimitero che di solito sono in pieno sole avranno un po’ di pace, il sole è una benedizione ma stanca anche molto.

Negli ultimi giorni ho pensato tanto all’empatia, caratteristica preziosa di chi non sta sempre bene dentro di sè e allora esce, va incontro agli altri come che siano la cosa più bella del mondo ed è così e a volte si torna anche a sè con più bellezza ed energia. Sei empatico quando hai sofferto molto e non puoi fare i conti sempre e solo con te stesso altrimenti saresti già morto dentro e a tanti accade così. Sei empatico quando la tua pelle è sottile sottile e tutto in un certo senso ti riguarda, soprattutto il bene altrui, il bene di persone, animali, piante,

è un sentire sottile ma potentissimo,

non riesci a vivere come che niente sia, come che esista solo tu, come che attorno non ci siano tanti egoismi e tristezze.

Nozze di carta

Io e Massi abbiamo festeggiato le nozze di carta, nella gioia e nel dolore,

stiamo aspettando che venga a vivere insieme a noi Pasqualino, uno specialissimo dolce randagio del canile e personalmente ho tantissimo bisogno di vedere il mondo anche con occhi di cane, soprattutto i suoi, perché Pasqui è sempre felice nonostante tutto, come una Pasqua, dopo aver passato la settantena a guardare il mondo con occhi di gatti e di fiori,

domani andrò per la prima volta a donare il sangue e mi viene la nausea solo a pensarci, ma credo che tutto ciò che è in nostro potere fare perché in questo mondo si viva meglio, vada fatto,

la mia Benny si è fatta i capelli verdi e per me è stupenda,

aspetto, ma cerco di non trasformarmi in attesa di compiutezza, perché sono già e molto me stessa e va davvero bene così.

Un sentire sottile ma potentissimo…

Considerazioni di fine sessantena in ordine sparso

In questa sessantena sono andata su e giù col trenino delle emozioni, ho fatto moltissime cose che mi hanno riempito le giornate e ho pensato anche che avere tutto a portata di mano a casa era bellissimo, amici con le videochiamate e messaggi a flusso costante, lezioni di yoga on line, tempo per leggere, pensare, sperimentare, progettare il dopo, cucinare, ascoltare, interpretare, immaginare, ricordare,

oggi invece penso che gli ultimi giorni sono stati davvero difficili per tutta una serie di motivi e sono molto contenta di poter tornare nella mia Modena, domani. Ne ho bisogno, di quei portici e quei marmi.

In questa sessantena ho ritrovato dentro un armadio la bomboniera del mio battesimo, l’aveva conservata la Nonnina e mi sono accorta che nel buco della ceramica aveva arrotolato e spinto il bigliettino che si mette insieme ai confetti nel tulle, Cristina Cattini 17 aprile 1976, che emozione ritrovarmi scritta lì, ero davvero io, su un pezzettino di carta stampato più di 44 anni fa e questo è stato il filo conduttore di questi molti giorni surreali, la ricerca continua di me.

La me che impara a fare la marmellata, che si fa la tinta anche se aveva detto che no, non l’avrebbe mai fatta, la me che sa che tutto è un’opportunità e che accoglie, non subisce mai, la me che cerca di andare oltre le cose nette e definite senza paura e che sa trovare linguaggi per (quasi) tutti, la me dell’amore al di là del losmarino, quella dei gatti e dei fiori, la me che riprende a scrivere dopo settimane che non lo faceva perché aveva bisogno di una vita di nuovo intera, al riparo dalla paura,

quella che ha una storia importantissima da custodire, la sua.

Salvezze

Ci ha lasciato anche il maestro Ezio Bosso ed è tutt’oggi che penso a ciò che diceva, che la musica gli ha salvato la vita, la vita intesa come tutto ciò che ti accade dopo che ti sei reso conto che cosa te l’ha salvata e la morte non significa che la vita non è salva, dipende da ciò che c’è stato prima.

Paradossale, lo so, ma credo proprio che sia così.

E quando sai che cosa ti ha salvato la vita, e le arti sono parecchio salvifiche, inizi a vivere davvero e vuoi salvare tutte le vite che puoi, come in un contagio benefico, vuoi salvare i randagi prima di tutto, persone o animali o idee non importa e poi la bellezza in tutte le sue forme. Vivendo al meglio la tua vita, anche quando è difficile, sgangherata, dolorosa, metti in salvo, è il movimento nascosto di tutte le cose che evolvono, un fiore che sboccia salva, la musica salva, la gratitudine e la gioia salvano, i libri, i legami profondi e autentici, tutto ciò che è compiuto con amore salva.

Rispettare le distanze

Quando inizio a vivere la vita al posto degli altri significa che mi sono un po’ persa di vista e che la ferita della randagia ha ripreso a sanguinare.

Lo capisco quando mi sento ferita da ciò che gli altri fanno o spesso non fanno. Significa che vivo in base alle aspettative, non a ciò che sto creando e vivendo io per prima. È una grande responsabilità vivere la propria vita e non quella di altri ma è indispensabile per essere felice e per me felicità equivale all’essere me stessa e nessun’altra.

Devo sempre ricordarmi, da grande empatica come sono, che c’è una grossa differenza fra il vivere la vita degli altri e l’esserci. È tutta una questione di distanze e quella giusta non è mai troppo da vicino, altrimenti rischi di scambiare alcuni particolari per il tutto.

Vorrei imparare i nomi di tutti gli uccellini che sento cinguettare la notte quando chiudo le finestre prima di andare a letto e anche quelli dei fiori che profumano di più e piantarli sul mio balcone! Ecco come una randagia torna in sè, come si riappropria della sua felicità e per fortuna in questa quarantena ormai sessantena ho avuto i miei gatti e i miei fiori.

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Non credo più all’amore al di là del losmarino

Non credo più all’amore che tutto sopporta, tutto crede, tutto spera, tutto copre, quell’amore che cerchi fuori di te, chissà dove.

Credo invece tantissimo all’amore per la me ritrovata, quella con cui ho il piacere di convivere da cinquanta giorni e più senza fughe, senza distrazioni, una porta spalancata sulla vera me senza possibilità di indietreggiare, di fuggire, perché spesso le occupazioni quotidiane abituali sono fughe, diventi la tata di, l’amica di, la sorella di, la mamma di, la moglie di, la comunista di, la stronza di, la bella di, la sfigata di, l’ingenua di ma tu non ti fermi quasi mai a dirti davvero chi sei.

E a parte la comunista e la sfigata di, sono tutte queste cose e molto di più, sono me e mi trovo davvero bella. So fare la marmellata di limone e losmarino (che è poi il rosmarino, ma mia nonna diceva lo-smarino e per me lo-smarino sempre sarà), so mettere a posto tutte le mie scarpe in un organizer ordinato su amazon dopo anni che le buttavo sotto il comò senza criterio, so chiedere aiuto se ne ho bisogno, so uscire di notte per annodare un nastro rosso al tronco di un albero a cui chiedo protezione ma so proteggermi anche da sola, so essere attesa e silenzio, caos e allegria, problema e soluzione, cincia e gatto, lavanda e basilico, profumo di tiglio e odore di benzina, so essere e fare tantissime cose che dicono chi sono anche se non molti lo capiscono davvero e ormai ho la certezza che va bene così.

Mentre scrivevo siamo entrati nella fase 2 di questa emergenza che ha stravolto le nostre vite, io però ho diversi grazie da dire a quello stronzo del covid-19 e profumano tutti di losmarino.

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93 metri quadri

Continuo ad appendere fiori alla porta, sto rendendo abitabile ogni centimetro di questa casa perché spesso i metri reali che vivi non sono quelli che risultano sulla carta; quando eravamo quasi sempre fuori casa a parte i week end probabilmente abitavamo realmente una ventina di metri sui novantatré che sono, ora è tutto pensato, desiderato e scelto, riorganizzato e amato, dallo stendino che è diventato verticale perché così in balcone ci sta la sdraio, le cucce dei gatti, il tavolino, tutti i miei fiori e adesso anche la roba che si asciuga. In sala la maggior parte dello spazio è libero per srotolare quotidianamente il tappetino e fare yoga. Alle pareti ho cambiato le foto nelle cornici e ho tirato un filo di lucine e mollette a cui appendo foto delle persone che amo, fiocchi, biglietti, amuleti e tutto quello che mi fa stare bene vedere. Ho acquistato candele con nuovi profumi e la lampada di sale rosa è sempre accesa. Sono finalmente riuscita a fare decluttering pesante nei miei armadi, alcune cose le ho buttate mentre altre le ho tenute ed ho aperto un negozietto vintage tramite una app che mi ha consigliato la mia amica Anto e nel negozietto stanno passando molte persone a vedere; i vestiti che vorrei vendere sono pezzi amati che fanno parte della mia storia, di tutti ricordo i momenti in cui li ho usati, ma è bene fare spazio, rimettere in circolo, lasciar andare. Tutto serve a mantenere l’equilibrio, il proprio centro, il flusso costante fra ciò che arriva e ha bisogno di spazio e ciò che lasciamo andare e che spazio lo genera. Il silenzio, la terra dei fiori, il profumo di bucato, la cura, di spazio ne fanno tanto, così come il non reagire alle provocazioni, i sorrisi, la gentilezza nonostante tutto.

Stamattina finalmente dopo quarantasette giorni di covid-19 il tampone del mio amico Seth è negativo.

Le cose importanti se ci pensiamo non sono poi tante.

Collage di Rui Pihno

Il grigio non è un colore

Con le patatine Crik Crok di Barozzini sotto casa ho scoperto, o meglio riscoperto, che il sapore dei miei pomeriggi al cinema da ragazzina è quello della paprika, che allora mi pareva piccantissima e anche trasgressiva, perché mia mamma le patatine non me le faceva mai mangiare a casa e nemmeno mi piacevano molto in realtà, poi non so cos’è accaduto.

Quando stamattina ho visto che pioveva ho provato un desiderio grandissimo di andare a respirare quel profumo che fa la pioggia quando piove su terra e asfalto, mi sono messa il cappello impermeabile che era della Nonnina e ho fatto un giro diverso per andare in edicola e a fare la spesa, sono salita fino al Santuario, senza mascherina perché tanto in giro con la pioggia che cadeva non c’era nessuno, sontuosità di profumo, il viburno, la fotinia, il sambuco, un mondo di colori perché il grigio non è un colore (Gianni Montieri) e poi ho indossato la mascherina e sono andata a trovare la Madonna, ho acceso una piccola luce e ho provato a spegnere lo stoppino come sempre ma ovviamente la mascherina ha impedito il soffio e l’ho dovuto sventolare su e giù e ridevo molto da sola. Chissà se avrò il tempo di considerare la mascherina un tutt’uno con la mia faccia… onestamente spero di no.

Un altro profumo che mi piace tanto in questa quarantena, ormai cinquantena e poi sessantena e poi chissà, è quello della carta di giornale! Leggere giornali di carta e non online è un lusso sontuoso, anche questo. Niente però batte lavanda+basilico del mio orto.

No filter (e si vede)

Staffetta partigiana Gilberta

La Gilberta era la mia vicina di casa, classe 1912, ed era stata una mondina a Pavia e una staffetta partigiana in montagna, era nata a Varana, un minuscolo paese nel comune di Serramazzoni (Mo) e a Serra la Gilby faceva anche la balia. Quante chiacchierate sul balcone, amava molto raccontarmi com’erano stati quegli anni e a me piaceva tanto ascoltarla perché nel suo piccolo aveva contribuito a fare la storia della Liberazione e ne andava giustamente molto fiera. Aveva incontrato suo marito mentre era a Pavia come mondina e si sono innamorati subito, lui poi è stato partigiano combattente, con la moglie avevano nascosto e protetto tanti ebrei, furono membri dell’ANPI della prima ora e con la Gilby hanno girato fieramente tutta l’Italia con le loro bandiere finché hanno potuto, perché lui dopo la fine della seconda guerra mondiale è andato in Belgio come minatore e si è ammalato di infezioni ai polmoni e con gli anni è peggiorato. Nel frattempo però non hanno perso occasione di raccontare che cosa era stato il fascismo e che cosa significava liberazione, resistenza, lotta. Con la liberazione soprattutto la Gilberta aveva scoperto che poteva dire ciò che pensava, era libera di avere idee e opinioni e le voleva esprimere, come partigiana e anche come donna e sappiamo che non è semplice parlare da donna e da liberale. Neppure oggi lo è e io ne so davvero qualcosa.

La Gilby è morta l’estate di due anni fa. Stupendo questo 25 aprile da balcone a balcone, a ricordare la Gilby con sua figlia e a condividere il fatto che c’è ancora tanta, tantissima resistenza da fare.

Un, due, cinque, STELLA! Rossetto e liberazioni.

Noi la attaccavamo con lo scotch al cancello, i nonni all’inferriata della finestra della cucina, in alto e gli zii anche loro all’inferriata. Passava Della Rosa, quello che noi chiamavamo il sindaco di Baggiovara ma che sindaco non era perché il paese era sotto Modena, a vendere le bandiere di carta per celebrare la Liberazione verso il 15 aprile e io da piccola credevo che ci fosse una legge che diceva che tutti dovevano esporla, la bandiera, poi crescendo ho capito che non per tutti la Liberazione è un giorno da ricordare e da celebrare, anzi e ci sono rimasta molto male e ho capito che cosa significa resistenza, essere resistenti, essere etici e avere valori che vanno al di là di ciò che è comodo.

Quest’anno anche noi abbiamo la nostra bandiera di carta attaccata con lo scotch allo scuretto in alto, che tutti possano vederla e sono molto fiera della Resistenza di ieri ma anche della nostra di oggi.

Stamattina mentre facevo colazione sentivo in lontananza dei bimbi che giocavano, un, due, cinque STELLAAAAA, poi sono passata da Ivan il libraio e gli ho detto che vetrine pulite che hai!, dall’Elisa la giornalaia e ho preso il dvd di Casa Vianello e poi dal macellaio e in fila ho conosciuto un sacco di persone e ho visto la Patty, una signora tanto cara amica di mia suocera, che mi ha detto guarda Cristi, ti faccio vedere una cosa perché so che ti piacciono molto questi lavori… e si tira su la mascherina, guarda, sotto la mascherina mi sono messa il rossetto, me lo metto sempre, tanto poi la butto via! Mi sembra giusto così, se dobbiamo ripartire bisogna farlo per bene!

Grande Patty!

Oh bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao

Happy birthday to me 💕

La vita si misura dall’intensità con cui si vive, scriveva Luis Sepúlveda, morto di covid19 ieri

e io posso dire di vivere tutto con una gran intensità, la gioia, il dolore, la sorpresa, la noia, l’insensatezza e anche la felicità che sto provando ora, perché questo compleanno in questo periodo delirante, doloroso, surreale, incazzoso è uno dei più belli che abbia mai vissuto.

Mi sembra di vedere tutto per la prima volta, nuovo e quando non dai più niente per scontato allora tutto acquisisce un valore inestimabile che in giorni normali non sempre riconoscevo.

In questo ultimo anno ho imparato ad essere la madre di me stessa e mi sto riconciliando con mia mamma a distanza, con la morte in mezzo che altro non è che amore, sempre . Ho imparato a rimettermi al mondo ogni volta che ne sento il bisogno e ho tanti grazie oggi dentro al cuore per i vostri piccoli grandi aiuti.

Ho scelto questo dipinto di Frida che credo renda benissimo il concetto di partorirsi e ripartorirsi, di rinascere e di non dare mai per scontato di averlo fatto una volta per tutte.

Grazie a tutt* voi per i pensieri, gli auguri, i cuoricini, soprattutto grazie a Benny e a Massi ♥️

Frida Kahlo

Ti auguro occhi di Pasqua…

In questo post francamente ciancio, lo devo ammettere, non ho qualcosa di particolare da scrivere ma ho tante cose che ho visto e ascoltato che mi sono piaciute oggi e poi vi voglio proprio fare gli auguri di buona Pasqua, di buone resurrezioni, in questo momento ne abbiamo più bisogno che mai.

Stamattina Gaetano durante la pratica pasquale ci ha guidato nella riflessione sul fatto che ci troviamo in un momento stra-ordinario e il mondo ci chiede di essere straordinari, di vivere le nostre solite cose piccole e semplici con atteggiamento straordinario e lo trovo un pensiero che fa davvero la differenza, mi è sempre piaciuta la stra-ordinarietà. In un momento in cui siamo fortemente di passaggio (la parola ebraica pesach da cui deriva il termine Pasqua significa passare oltre) e sospesi fra un mondo che conoscevamo fin troppo bene e uno che ci riserva tantissime incognite il ricordarci di essere straordinari credo che sia un augurio speciale e lo giro a tutt* voi.

Poi la Frency (se non avete letto di lei in Sorrisi e magoni dalla terapia intensiva dovete recuperare subito) mi ha detto che oggi il pranzo di Pasqua al personale in prima linea contro sto covid dei me cojoni l’ha portato niente di meno che il nostro super chef Bottura, scaricava lui le scatole dal furgoncino e il personale gli ha regalato una tuta bianca di quelle che usano loro per proteggersi con tutte le loro firme e lui ne è stato felicissimo e anche un po’ commosso. Mi è piaciuta tantissimo questa cosa, ma ormai mi conoscete e lo sapevate già.

Chiudo questo post con il pensiero con cui Gae ha chiuso la nostra pratica e mi raccomando, passiamo oltre.

Ti auguro occhi di Pasqua capaci di guardare nella morte fino a vedere la vita, nella colpa fino a vedere il perdono, nella separazione fino a vedere l’unita, nelle ferite fino a vedere la gloria, nell’uomo fino a vedere Dio, in Dio fino a vedere l’uomo, nell’io fino a vedere il tu.

📷 Sunvibes 🌸🌺🌷