Gino lo chef

Vi ho detto no del signore che ieri sera mangiava pop corn e beveva cappuccino insieme alla signora marocchina che gestisce il bar dell’Ostello in cui abbiamo dormito a Milano?

Ebbene, si chiama Gino, ha 95 anni e faceva lo chef in uno di quei post fighi che chiamano trattorie ma che trattorie non sono, almeno per come le intendo io. Mentre la ragazza dell’Ostello mi diceva è il mio nonnino acquisito, Gino aveva già sparecchiato tutte le cose della nostra colazione e stava continuando a tagliare a tocchetti le patate per il minestrone. Sta un po’ all’Ostello, non riesce a stare fermo, aiuta a destra e a manca e poi va via, chissà dove, è molto autonomo e indipendente! mi ha detto la ragazza.

La necessità di stare insieme agli altri per me è qualcosa che ci salva e rende il mondo molto più bello e abitabile!

🧡 Gino all’Ostello 🧡

Del vivere a Milano e del concerto di Sting

Io a Milano ci vivrei! Sì. Mi piace da sempre, c’è ritmo, frenesia, ma nessuno ti prende mai contro e se succede si scusano. Quando devi uscire dalla metro non ti sbattono contro, aspettano il loro turno. Se hai bisogno di un’informazione tutti te la danno, sorridenti.

Per entrare al concerto di Sting abbiamo fatto due file, la prima per ritirare i ticket e anche qui nessun problema, la seconda per entrare al forum idem, nessuno che provava ad infilarsi altrimenti te lo facevano notare e la fila è stata un po’ lunga ma senza assedi di furbetti. E si chiacchierava con tutti. A Modena sono abituata un po’ diversamente, c’è molta più inciviltà e maleducazione purtroppo.

In ostello ieri sera c’era la barista, una signora di una certa età, straniera, che aveva fatto i pop corn per un signore milanese anziano che va a trascorrere lì i suoi pomeriggi. Bevevano cappuccino insieme. Sul muro dell’ostello c’è scritto non essere inospitale con gli stranieri, potrebbero essere angeli mascherati. W. Shakespeare

Le scale mobili della stazione della metropolitana fanno un rumore come di musica e io starei lì ore ad ascoltarla e a guardare tutte le storie e i colori che passano veloci. Ci siamo anche rimasti chiusi dentro, alla metro, ma fa lo stesso.

Sì, qui ci vivrei.

E il concerto! Sting strepitoso ed emozionante!

For all those born beneath an angry star
Lest we forget how fragile we are
(Fragile)

🀄️ Io e Massi al concerto di Sting 🀄️

Il pavone, l’odore di legna e il mio pino

Quando sono nata i miei genitori avevano una piccola casa in montagna e nel giardino proprio davanti al portico in cui ho iniziato a muovere i primi passi hanno piantato un pino, perché piantare un albero quando nasce un bambino è una delle cose più belle che si possono fare, anche perché poi quel bambino può tornare a vedere il suo albero e pensare che mentre il mondo era stupendo ma anche mentre cascava tutto lui era lì e cresceva piano, senza avere mai paura.

Ogni tanto con Massi torno a vederlo. Oggi è stata una di quelle giornate. Abbiamo parcheggiato la macchina nel paese nuovo e siamo scesi dalla scalinata che facevo per mano a mia mamma quando andavamo dal macellaio e quel macellaio c’è ancora, come il mio pino. Giù dallo stradello che porta alla mia casa bambina c’era un pavone nascosto in un giardino abbandonato, la casa di Serafino e quel profumo di legna e foglie gialle e rosse che annusavo da piccola e che ho sempre continuato a sentire ogni volta che ce n’è stato bisogno, per calmare cuore e pensieri. E il mio pino è grandissimo, un po’ starnazzato perché anche di lui si sono occupati poco, se fosse stato potato di più e concimato sicuramente sarebbe ancora più possente, ma io lo amo anche così, randagio come me, solo che lui ha radici profonde mentre le mie radici sono soprattutto l’odore di legna e di foglie che mi dicono che io per di lì sono passata veramente ed ero anche felice.

I “come stai” mancati

Per guardare il mondo attorno a noi quasi sempre usiamo il nostro personale sguardo, che è nostro e di nessun altro, ci mancherebbe. È solo che così finiamo per aspettarci cose che sono scontate solo per noi e per pochi altri e noi invece ce le aspettiamo, ne abbiamo bisogno, rimaniamo feriti se non arrivano. Tipo la domanda come stai? che io faccio sempre ma che ricevo sempre meno, al punto che con alcuni ho smesso di farla anche io. Ho capito che alle persone interessa prima di tutto come stanno loro e ci sta, ci mancherebbe, è che poi avanza poco spazio per altro, tu, ad esempio.

Peccato per i tanti come stai mancati! Credo che questa semplice domanda fatta a cuore aperto renda più gentile e vivibile il mondo che abitiamo, perché se ci prendiamo cura dell’altro qualcuno si prenderà sempre cura di noi.

Stasera vado a bere sotto casa, a piedi, con la mia amica Giulia e ho deciso di mettermi la minigonna. Sotto casa perché in questo periodo devo stare molto attenta a come spendo parole ed energie, la minigonna perché sì, mi va. Nel frattempo aspettiamo la chiamata del chirurgo di Bologna un po’ come Maria Santissima aspettava l’annunciazione. Noi non siamo santissimi, anzi, ma certamente abbiamo bisogno di ricominciare con un po’ più di tranquillità di quella che abbiamo ora. Martedì prossimo concerto di Sting a Milano e poi nuovo tatoo da randagia, poeticissima però.

Avete visto la nuova veste di Comequando? Vi piace?

♠️ Foto di Patty Caffiero a Modena la stupenda ♠️

Insonnia…

Non riesco a dormire, mi accade quando ho giornate piene pienissime e ci metto un po’ ad uscire dal frullatore.

Da domenica è arrivata a casa nostra la Pepi, una micia randagia che viveva sotto ad un portico in centro a Fiorano. È tanto affettuosa e ha una macchia di pelo nero a forma di cuore sulla zampina destra. Ora è di là che dorme con Benny, almeno loro ce la fanno benissimo a dormire.

Da qualche giorno sto riflettendo anche su come ci si sente quando devi spiegare spesso il tuo valore a chi ti è vicino e capisci che forse tu per prima di valore te ne davi veramente poco. Che bel cammino quello di rimettersi al mondo! Un po’ doloroso ma stupendo.

Oggi ho finito una bic, credo che fosse dai tempi delle superiori che non mi capitava.

Buonanotte, mi metto a leggere I racconti delle donne, a cura di Annalena Benini

♥️

•Io a la mia donnina•

Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie…

Questa foto l’ho scattata a Biscottino qualche sera fa e molti di voi l’hanno già vista sui miei social. Stasera però null’altro può rendere altrettanto bene come mi sento, così la metto anche qui. La didascalia era si sta come d’autunno sugli alberi le foglie, ma tira un vento forte e stasera mi sento così. Sono stanchissima a causa di molte cose, anche della mia mancanza di vitamine partita molto probabilmente dal morso di Pipi a inizio luglio, poi il lavoro, gli ambientamenti sono molto stressanti per i bimbi ma anche per le tate e, ultimo ma non ultimo, Massi sta di nuovo poco bene. Io sorrido ugualmente e se mi chiedete come sto rispondo ovviamente bene! però in questi giorni faccio più fatica a scrivere e ieri per la prima volta in vita mia mi sono addormentata in shavasana.

Mi sembra che in qualunque momento la mia vita possa essere sconvolta e faccio fatica ad accettarlo, per la mia storia ma anche e soprattutto perché vedere chi ami soffrire è una cosa che fa molto male oggettivamente e soggettivamente e ti senti impotente.

Allora riparto dalle mie certezze e stasera quando sono tornata a casa, non paga di tutta la stanchezza di oggi, ho fatto il cambio di stagione e mi sono accorta che il mio armadio sta per esplodere e non è solo un modo di dire, ma non ditelo a Massi, che potrebbe peggiorare e non voglio. Ho preparato quattro borse di cose usate da portare alla Caritas e ho fatto spazio al nuovo.

In fin dei conti il cambiamento altro non è che fare spazio al nuovo, anche quando lo si teme molto perché non si sa che cosa accadrà.

Soft & happy, c’era scritto l’altro giorno sulla felpa di una mia bimba. Così, per dire…

◾️Biscottino e i suoi spaventi◾️

Di un lunedì qualunque

Non tutti i lunedì vanno a finire bene per il semplice fatto di essere lunedì, ma del mio oggi non posso proprio lamentarmi, anzi. È uno dei lunedì più produttivi della mia vita, devo essermi svegliata iperattiva, superate le prime enormi difficoltà dopo aver aperto gli occhi.

E ho fatto di tutto. Lavorato, ovviamente, poi fatto la spesa, messo la pignatta del ragù sul fuoco a sobbollire, fatto due lavatrici con relativa stenditura, wathsappato con n. amiche, continuato ad organizzare una sorpresa, scritto ad una nonna, mangiato una fetta di sacher, scritto un bigliettino di compleanno e poi in posta a spedire il regalo, molte chiacchiere con la Chiara che in posta lavora e poi a curiosare nella nuova libreria di Fiorano, Le vite degli altri, che secondo me aprire una libreria oggi è un gesto di coraggio partigiano estremo, soprattutto a Fiorano e lì in libreria ci ho trovato la Sylvie che non vedevo da tanto e anche lì molte chiacchiere, poi sono tornata a casa anche perché il ragù continuava a sobbollire, avevo detto ai gatti di badarci e mescolare ogni tanto, devo ancora fare i miei esercizi di scrittura quotidiani, ma c’è tempo andare a quando crollerò svenuta sul letto.

Avete ogni tanto la sensazione di aver trascorso una giornata dove non avete sprecato proprio nulla del tempo donato?

🖤 La vespa del nido è da portare dal meccanico 🖤

Coming out day, essere ciascuno se stess*, senza doversi scusare

Questa giornata deve ricordarci che la strada da percorrere per garantire la libertà di essere se stessi è ancora lunga. Dobbiamo impegnarci perché le nostre comunità sappiano accogliere ogni persona nel suo valore unico e irripetibile, garantendo pieni diritti civili a tutti e a ciascuno, dice una ministra oggi.

Speriamo che calendarizzino presto in parlamento anche qualcuna delle molte proposte di legge contro l’omotransfobia, perché comunque viviamo in un paese ancora tremendamente omofobo e non solo.

Le persone spesso antepongono la paura e la derisione alla conoscenza autentica dell’altro (avete visto il film Pride? Stupendo!) perché se ci si concedesse il lusso della curiosità e della tenerezza, allora tante storie diventerebbero le nostre e non esisterebbero più i froci, i negri, gli zingari, i busoni, gli handicappati ma solo l’altro diverso da me e va bene così, perché se fossimo tutti uguali quello sì sarebbe un gran disastro! Eppure oggi ciò che non è omologato, normale, che poi cos’è la normalità?, bello, vincente crea problema e il problema crea violenza, se non si affronta con rispetto.

Non parlo solo dei gay, ma di tutti quelli che hanno voglia e desiderio di dire chi sono, come si sentono e in cambio ricevono discriminazione e sono quindi costretti a tacere o a fuggire da loro stessi. Ci avete mai pensato, ad esempio, a chi vive disagi psicologici? È pericolosissimo condividerlo, perché poi vieni inevitabilmente marchiato di pazzia, mentre saper attraversare le proprie ombre è un cammino comune a tutti e sarebbe bello raccontarlo, fare coming out.

Sarebbe davvero bello poter essere ciascuno se stess* senza doversi scusare e la possibilità la possiamo creare tutti, ogni giorno.

/ Illustrazione di Elisa Talentino \

Le parole perdute

Ieri ho scoperto un’iniziativa deliziosa e ovviamente mi sono offerta subito per partecipare. Figurati se non adottavo e non condividevo una parola perduta, io! Io che adoro le parole, tutte, quelle dolci, le parolacce, le parole che ti scarnificano, quelle che ti rimettono al mondo, quelle obsolete che nessuno usa più, le parole randagie e contro, quelle d’amore ma anche di odio… TUTTE, insomma.

Quindi quando ieri ho scoperto l’iniziativa di Valeria Zangrandi (su IG linventoredimostri) #parolainviaggio ho inviato subitissimamente il mio indirizzo per poter ricevere da un* sconosciut* una parola quasi perduta, da mettere al sicuro nelle mie mani e io farò lo stesso mandando una cartolina (di Modena ovviamente) ad un* sconosciut* con una parola che amo e che voglio che venga custodita, come un messaggio in bottiglia.

E nel frattempo sul blog Le parole sanno di ho scoperto dell’esistenza de Il dimenticatoio: dizionario delle parole perdute e l’ho ordinato subito, arriva domani, non vedo l’ora.

Le parole mi stanno salvando la vita, mi stanno rimettendo al mondo, ho un discreto debito nei loro confronti.

Adotta anche tu una parola perduta e partecipa al gioco, molto serio però, di #parolainviaggio. Per info scrivetemi o andate sulla pagina di Valeria.

Scappa sempre da dove non stai bene

Quando una situazione, una persona, un luogo ti inquietano, ti tolgono il sonno, ti generano insicurezze e timori vola via. In fretta. Non aver paura di non aver capito, di sbagliare, di ciò che possono dire gli altri, tu vola via. Con un sorriso. È il rispetto e la cura che devi a te stessa e in fondo ciò che ti fa bene lo sai.

Sono stata per anni in una situazione lavorativa per me sbagliata, dovuta a storie ben precise che ora conosco molto bene e che appartengono alla mia fase randagia inconsapevole. L’ho chiusa con molti sensi di colpa e tanto dolore, scambiavo per fallimento ciò che invece era il normale corso delle cose quando una persona cresce, si conosce meglio e sa sempre di più cosa le fa bene. Oggi, all’improvviso, il passato e il karma negativo sono tornati a ricordarmi che ho fatto bene a chiudere e allontanarmi da quegli anni. Una storia brutta davvero, un collega che si è tolto la vita qualche anno fa e oggi scopriamo che non aveva mai pagato le spese che doveva ed Equitalia ha contattato noi. La sofferenza per quella perdita, per la via di uscita che c’è sempre ma che lui purtroppo non ha più trovato, la preoccupazione per la cifra che dovrò versare mi stanno rovinando la domenica, ma ora spero che con un piatto di tortellini tutto si affievolisca.

Ma voi mi raccomando: volate sempre via da dove non state bene.

~ La nuova ghirlanda autunnale sulla nostra porta di casa~

Esercizi di scrittura

Dove ho abitato per i primi 3 anni della mia vita c’era il classico pavimento degli anni 50, la carta da parati chiara coi fiorellini beige sui muri, le tende leggere e un balconcino che dava sui campi, una casa colonica che ora è una polisportiva e il vecchio carcere di Modena, ma io non ho mai sentito dire che abitare lì, davanti al carcere, non fosse bello, non stesse bene. Eravamo in affitto e quando è nato mio fratello mio padre ha deciso che dovevamo avere una casa nostra, più grande, in un quartierino esclusivo nella campagna di Modena dove c’erano solo piccole ville, basta appartamenti davanti al carcere. Prima il carcere era fuori di noi, poi è stato per sempre dentro, anche se abitavamo una piccola villa in un quartiere esclusivo.

Nella mia prima casa c’erano anche le mollette per stendere i panni a forma di coccodrillo e le goccioline di pioggia che non volevano cadere dalla ringhiera del balcone…

*esercizi di scrittura*

Tutti i pomeriggi scrivo sul mio quadernino, quando ho finito gli esercizi li spedisco alla Ross, faccio giardinaggio, lavatrici, scrivo su facebook cose che mi generano enormi rotture di coglioni e poi tolgo 800 “amici” alla volta, mi stendo sul divano perché ho le palpitazioni a causa della pressione bassissima e penso a come inevitabilmente mi trovo circondata da narcisisti e narcisiste. Poi mi faccio un piatto di tortellini e mi passa tutto 😄

~ Ricordi randagi ~

“La mia allieva”

Sono rintronatissima perché siamo andati a letto molto tardi e anche perché ho bevuto diversi bicchieri di vermentino e falanghina, che buoni! Una cena molto interessante con le persone che avevano partecipato alla presentazione di Così allegre senza nessun motivo, della Rossana Campo a Bologna, in cui si è detto che quando scendi giù, molto giù dentro di te non puoi trovare solo dolore, è inevitabile trovare anche la felicità che viene proprio dal non aver paura dei propri randagismi. E poi si è detto anche che l’amicizia fra donne è qualcosa di formidabile e pure che i momenti in cui ci si trova, si discute di libri e cultura e si ride sono gli antidoti perfetti alla brutta politica e non solo. E la Ross ad un certo punto ha detto la mia allieva e io sono stata tanto orgogliosa di essere io, la sua allieva. Mi sembra una cosa incredibile, essere l’allieva di qualcuno e che mi vada benissimo così, in un momento in cui tutti si sentono di poter insegnare qualcosa, di essere nati imparati, io invece amo la dimensione dell’aver tantissimo da imparare, soprattutto da una come la Ross. Io parlo, io lotto, io sono!

A cena poi l’attenzione si è concentrata ad un certo punto sul mio nuovo tatuaggio randagia, nato dal titolo del mio primo racconto e allora si diceva che potrei tatuarmi pian piano i titoli di tutti i racconti che scriverò e tutti ridevano e la libraia ha detto il titolo di quello che stai scrivendo ora però lo devi tatuare in un posto nascosto e magari in un’altra lingua, sai… hai una figlia! ed effettivamente ha ragione.

Felice domenica, randagi ♥️🍂🍁

(Ph. Patty Caffiero)

Il mio autunno 🍂🍁

L’equinozio autunnale sarà domani, ma nel bosco in cui riposa Pipi è già autunno, pioveva e l’aria era frizzante. Gli abbiamo portato la sua stella, quella che gli ha intrecciato la Vivi, Mademoiselle des reves, l’ho sistemata per bene su un ramo nascosto in modo che nessuno possa rovinarla o rubarla, ma è rivolta verso la tomba di Pipi, saranno sempre lei, la stella, e lui, il nostro micione 18enne, ah e ci sono anche i fiori bellissimi che ha piantato la Patty delle Cascate.

Nell’ultimo anno sono successe una miriade di cose per cui ringraziare io desidero!

Il 26 maggio e il tulle, tre corsi di scrittura per credere davvero ad un sogno che facevo solo di nascosto, la nascita della randagia, quattro tatuaggi quasi cinque il 30 ottobre, i respiri lunghi e forti, i no! e i vaffanculo, i sì lo voglio e i sì anche se non lo vorrei, il nostro nuovo progetto, la gioia di essere me e solo me.

In quest’ora della sera/ da questo punto del mondo/ ringraziare io desidero…

Mariangela Gualtieri

Oggi mi sento molto randagia

La mattina del 7 agosto mi sono svegliata, ho aperto gli scuri della mia camera ma solo in fessura perché c’era già molto caldo, sono andata in cucina e ho trovato come sempre la mia tazza con scritto buongiorno un cazzo, la moka da tre, il latte e il mio croissant alla crema da condividere con Miranda, la gatta.

Tutte le mattine prima di andare a lavorare Massi mi lascia la tavola apparecchiata e quando non lo fa significa che abbiamo litigato pesantemente, ma accade di rado.

Dopo colazione mi sono vestita, ho messo la canottiera scollata a righine bianche e blu, i jeans, i soliti sandali, ho raccolto i capelli in uno chignon spettinato e mi sono diretta verso il luogo in cui sono nata e sono morta, poi sono anche rinata, ma non lì.

Ho parcheggiato la mia due cavalli dove la metto sempre, fra il tiglio e il posto dei disabili. Sono scesa, ho chiuso bene la portiera che spesso lascio aperta distrattamente e con passo veloce e solenne sono entrata, diretta dove dovevo, ma anche interessata a vedere se per caso fosse arrivato qualcuno di nuovo.

Davanti alla tomba dei miei genitori ho controllato i fiori, in pieno sole pochissimi resistono, solo questo cespuglietto di spighe blu che sembra lavanda ma lavanda non è e non ricordo come si chiama, spolverato il lumino a forma di tulipano, strappato l’erba matta che cresce fra il marmo e la stradina e mi sono posizionata a metà fra l’uno e l’altra.

Ho urlato Vaffanculo e me ne sono andata.

Avevo diverse commissioni da fare quella mattina e poi mi sarei trovata con Alle e Maurizia in centro per uno di quei pranzi in cui tutto può accadere, mi sorprendo sempre della leggerezza e della follia che riusciamo a inventarci insieme. Ero stata la prima ad arrivare nella piazzetta in centro dove io e le mie amiche pranziamo sempre e mi sono seduta cercando con lo sguardo Pea, la micia della curia che si struscia volentieri sulle mie gambe e mi suscita pensieri profondi. I pensieri in quel momento nell’ordine erano: quale vino ordinare, controllare che Pea non avesse pulci per il fatto che la sera prima avevo messo l’antipulci a Pipi e a Miranda e confrontarmi con le mie amiche su un tema che mi interessava molto in quei giorni, ossia informarmi su ciò che hanno provato le mie amiche quando hanno tenuto in mano per la prima volta un pisello.

Avevo bisogno di capire, perché per me il vaffanculo urlato quel mattino al cimitero e il cazzo erano uniti da un fil rouge potente e assoluto, l’amore.

Ragazze, vi devo chiedere una cosa, ho detto dopo aver buttato giù un po’ di falanghina e Alle Cri, com’è andata a casa della Nonnina? e Mauri Giusto! Sei tanto triste? e io Non so, oggi mi sento molto randagia e proprio per questo avrei bisogno di sapere che cosa avete provato la prima volta che vi siete trovate in mano un cazzo! e ho buttato giù il resto della falanghina rimasta nel calice. Pea era sempre sotto al tavolo a strusciarsi e loro tacevano, un po’ spiazzate, così sono partita io a raccontare, che poi forse avevo bisogno soprattutto di quello.

Il primo pisello che mi sono trovata in mano apparteneva a Bastiano, allievo ufficiale dell’Accademia, con cui avevo iniziato ad uscire a 17 anni, più o meno con lo stesso entusiasmo di Biancaneve che esce con Pisolo. Prima di lui solo Matt dei Bee-Hive, il complesso musicale di Kiss me Licia e Livio, anche lui musicista, mi piaceva seguirlo perché era bellissimo e le vie del paese quando lui passava in bicicletta diventavano più luminose, che importa se poi lui imprecava perché mi trovava sempre ovunque.

Amori pazzeschi per me, ma Bastiano è stato il primo, quello un po’ più vero degli altri. Per mia madre era stranissimo che non avessi ancora avuto un fidanzato, per me no perché ho sempre avuto tempi incerti e lunghi su quasi tutto e sicuramente mia madre soffriva del fatto che nessuna sua amica avesse mai potuto dirle che figlia precoce che hai, certamente le avrebbe fatto molto piacere. Tutto sommato però ne era valsa la pena di aspettare, perché ora c’era la concreta possibilità, a suo dire, di diventare suocera di un ufficiale in carriera, finalmente stavo combinando qualcosa di buono. Peccato che Bastiano avesse in mente soltanto di portarmi all’Hotel della Pace, mentre io ero certa che quando avrei perso la verginità certamente non sarebbe stato per nessun motivo al mondo in uno squallido hotel con balconcini sui binari, Modena, stazione di Modena! o forse sì, ma perché andava a me. Questo creava conflitti fra me e Bastiano e fra me e mia madre, che tentava di farmi capire che gli uomini sono così, vogliono solo una cosa e voleva portarmi dal ginecologo per iniziare a parlare degli anticoncezionali. La mia risposta a lei e a lui erano cuoricini di argento spezzati romanticamente in due ma che Bastiano non ha mai messo, Eh, bè, gli ufficiali mica possono mettersi catenine sulle divise diceva madre e io continuavo con trascrizioni di testi di canzoni di Miguel Bosè e Ramazzotti, piccoli regalini a lui e una apparente complicità con lei. Nel frattempo, vista la situazione di attesa romantica, Bastiano ha deciso di mettermi in mano il suo cazzo per la prima volta al cinema Olympia durante la proiezione di Piccolo Grande Amore, mi ha guidato un po’ la mano e si è asciugato con un fazzolettino di carta. Stop. E il film non mi era neppure tanto piaciuto.

Mi ha ritrovata su facebook 3 anni fa e per molto tempo mi ha chiesto di rivederci, da Roma voleva tornare a Modena, mi diceva che ero l’unica donna intelligente che aveva conosciuto, povero lui. Sulla sua bacheca ci sono solo scie chimiche e cerchi nel grano e io penso che sia proprio una fortuna per me sapermi inventare l’amore dove non c’è e poi andarmene così, forse senza un perché o anche perché sì e basta.

Mia madre… Ricordo quella volta che mi aveva portata dal dentista, ero bambina, mi aveva comprato l’album e le figurine di Georgie per convincermi e io ero felice, poi però non abbiamo più ritrovato la macchina nel parcheggio alla sera tardi ed è stato un casino. Era stato un casino anche quando ero andata al mare con un’amica e al ritorno c’era lo sciopero dei treni e non sono riuscita a tornare in tempo per un suo piccolo intervento e mi ha detto che l’avevo delusa. O quella volta che aveva letto di nascosto i miei diari segreti e io ci avevo scritto le peggiori cose su di lei e anche quando mi ha obbligata a comprare due cappotti costosi di cui non avevo bisogno e che non volevo, chissà dove li ho persi. E la pasta al ragù fredda ogni pomeriggio al ritorno dalle superiori, con lei che mi chiedeva com’era andata ma in realtà non ascoltava perché guardava Beautiful. Si lamentava di me con le amiche, non ero mai abbastanza, nel frattempo io la proteggevo e non le ho mai detto che le rimaneva un anno di vita, la ascoltavo quando mi vomitava addosso che mio padre la trattava male, la stava uccidendo e lei se ne sarebbe andata, ma poi è sempre rimasta, o forse non c’era mai stata. Ricordo quando mi chiamava Pimpinella, non so perché.

Per fortuna c’era la mia Nonnina, abitava due ville più in là della mia, capiva dal numero di rintocchi della campana se era morto un uomo o una donna e partecipava ai funerali anche se non conosceva il morto, ogni sabato andava a farsi la messa in piega e alla sera mi cucinava i quadretti in brodo con l’uovo sbattuto e il parmigiano come non li ho più mangiati. Quando i miei genitori andavano in vacanza io dormivo da lei perché avevo paura del buio e lei per me aveva una bella luce, anche se poi al mattino a colazione mi diceva Cristi, ascolta bene, quando avrai un marito devi concederti sempre, altrimenti la vanno a cercare da un’altra parte e non sta bene. Anche io con tuo nonno ho sempre fatto così, gli uomini non sono come noi. Si riferiva forse al fatto che il nonno, mentre lei stava in latteria dietro al banco e lui non le ha nemmeno mai pagato i contributi, faceva qualche consegna in bicicletta e poi passava il resto della mattinata al teatro Storchi a vedere le signorine che si spogliavano, eppure la Nonnina gliel’ha sempre data, quindi non capivo molto bene quel se ti neghi vanno a cercare figa altrove. Ero giovane ma comprendevo che negarsi e concedersi poco aveva a che fare con l’amore, anche se funzionava molto bene, vedevo, il prendere una donna, trattarla male e assicurarsi quindi il suo amore eterno o qualunque cosa fosse.

La nonna Emma invece l’avevo affettuosamente ribattezzata la nonna stronza, l’ultima volta che l’ho vista è stata al cimitero da mia mamma, era morta da poco e io andavo ogni pomeriggio, forse per ritrovarla o forse per essere sicura che fosse ancora lì, che non potesse tornare. Incontravo persone che mi raccontavano storie strazianti e anche la nonna stronza mi ha raccontato la sua. Le mancava tanto sua figlia, non si dava pace, non poteva sopravvivere a quel dolore, era stato lo stesso dolore anzi, forse peggio che aveva provato per il nonno Leandro decenni prima, quando poi appena morto lei era andata dalla parrucchiera per una messa in piega sobria e luttuosa perché al funerale doveva mostrarsi parecchio disperata ma pur sempre ordinata e che nessuno potesse dire che sciatta l’Emma, deve aver proprio sofferto, come farà adesso senza Leandro. Mia madre non era mai riuscita a superare l’idea di sua madre dalla parrucchiera mentre lei piangeva disperata il padre, poi le lacrime sono finite perché io non ho mai visto mia mamma piangere, ma la disperazione mai, credo. Comunque alla nonna stronza quel pomeriggio al cimitero ho detto che le persone vanno amate da vive, che dopo è facile intestarsi un amore che non è mai esistito e usarlo come una bella messa in piega. Mia mamma era stata malata un anno e lei non era mai venuta a trovarla, cazzo.

Vaffanculo! Io avevo bisogno di una madre che mi dicesse che andavo bene così com’ero e invece la sensazione era quella di essere stata buttata nella vita così, per puro caso, con la responsabilità di vivere al posto di altri. Mi sentivo un rimedio, non un pensiero d’amore e la follia di questa identità l’ho capita definitivamente soltanto da madre.

Camilla quando è nata urlava fortissimo, non capivo da dove tirasse fuori tutta quella voce in 45 centimetri e 2 chili, io non ricordo i miei pianti, ricordo invece benissimo che avrei voluto scomparire, che il disturbo che arrecavo mi era stato evidente fin da piccola. Nella mia maternità non ho mai sentito la mancanza di mia madre perché cercavo di rendere l’amore la mia esperienza di vita e lei era lontanissima ormai, da anni, da sempre. Avevo dimenticato il suono della sua voce presto e anche le sue parole, a parte quelle del bigliettino che mi ha scritto due settimane prima di morire, con grafia tremolante: ricorda che alla fine di tutto la cosa più importante sarà quanto avrai amato.

Allora lo sapeva, ne era consapevole quindi, semplicemente non è mai riuscita ad esercitare la tenerezza verso se stessa.

Sono rinata quando pochi mesi fa Cami ha fatto un esercizio. La prof. di italiano le ha messe in coppia a raccontarsi, a cercare e trovare le parole e ha dato alcuni spunti: chi è il tuo eroe, racconta come chi vorresti diventare, e lei ha scritto come mia madre e me l’ha raccontato mentre guidavo, tornando da scuola come che fosse la cosa più naturale al mondo.

Non mi ero mai accorta di essere un’eroina, cazzo! Cazzo cazzo!

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Questo è il racconto che ho scritto alla settimana di scrittura autobiografica condotta da Rossana Campo per Scuola Omero.

Orgogliosa io!

Pipi, le stelle e i buchi neri

Il mio amico Stefano mi ha spiegato che quando diventi molto vecchio e poi muori ti trasformi o in una stella o in un buco nero, non ci sono vie di mezzo e quando me l’ha detto, un po’ di tempo fa, aveva aggiunto Pipi diventerà di certo una stella, quando arriverà il momento e a me questo pensiero era piaciuto moltissimo, così sono stata certa che Pipi fosse diventato proprio una stella, il 15 agosto quando è partito. E qualche giorno prima che partisse ho mandato un messaggio alla mia amica Vivi di Roma che è una super creativa, lavora il ferro, il legno, le lampadine e ci mette dentro dei fiori bellissimi e le ho detto Vivi, per favore, puoi intrecciare del filo di ferro a forma di stella che Pipi sta per diventare proprio quello? e lei si è anche un po’ commossa.

Ecco la stella di Pipi. Appena riusciremo andremo a portarla sulla sua tomba. Non importa se poi Pipi, lo conoscete!, fa sempre a modo suo e col cavolo che è diventato una poetica stella! Da quando se n’è andato vediamo sono delle farfalle e abbiamo ragione fondata di credere che sia lui che ci viene a salutare ogni giorno. La stella se la tiene, comunque, che è anche stupenda, oh! e secondo me si può essere sia stelle sia farfalle.

(La stella che Viviana ha regalato a Pipi)

Buoni propositi e salvezze

Arriva l’autunno, per fortuna. Sì perché io la grande luce, quella sfacciata dell’estate che rimane con te fino a sera tardi, dopo un po’ faccio fatica a sopportarla… Ho bisogno di luce timida, di colori tenui e rilassanti, di avere il desiderio matto di andare anche io in letargo, come gli alberi e gli animali ma poi ogni mattina all’alba mi sveglio lo stesso anche se c’è freschino e combino un sacco di cose buone. Nell’ultimo anno sono diventata molto brava a realizzare i buoni propositi, tipo mi dico che andrò sicuramente a fare il saluto al sole e poi ci vado davvero. E non vedo l’ora che arrivi l’equinozio d’autunno per andare nel bosco a vedere i suoi colori, ho voglia di vestiti pesanti, berretti e buio presto. E anche di torta di mele e cannella e saune.

E di scrivere sul mio quaderno, tutto quello che mi viene in mente. Ieri riflettevo e parlavo con un’amica… Questo è un anno straordinario, sono rinata definitivamente e la mia rinascita la devo allo yoga, all’amore e… alla scrittura!

Che felicità!

(Foto Pinterest)

Il maestro Pavarotti e gli inviti…

Il nostro Pavarotti, il Maestro, ricordo perfettamente quando già 12 anni fa ci ha lasciato e a me sembra ora.

Vi voglio raccontare una cosa che sanno in pochissimi e che fa anche un po’ ridere.

Mons. Benito Cocchi, allora Vescovo di Modena, che ha celebrato anche i funerali di Pavarotti, nel 1999 mi disse vuoi andare a sentire Pavarotti? Ho un invito, ma non credo che lo userò… DonBe era così, magari una cosa gli sarebbe anche piaciuta, ma aveva un bisogno assoluto di rispettare il suo ruolo e il suo ministero e quindi rifiutava spesso tanti inviti, soprattutto quando si parlava di questioni mondane.

Ovviamente gli ho risposto subito certo, grazie! e la sera del Pavarotti International for Guatemala and Kosovo mi sono presentata con la busta che mi aveva dato e che non avevo neppure guardato. Mi sono resa conto che doveva esserci qualcosa di bizzarro perché la maschera continuava a fissarmi insistentemente… abbasso lo sguardo, vedo che sulla busta c’era scritto mons. Benito Cocchi e signora, evidentemente il segretario del Pavarotti International era stato poco attento, ho abbozzato un sorriso, la maschera mi ha chiesto se ero da sola, ho annuito e mi ha portato al mio posto.

Quella sera mi sono ascoltata Mariah Carey, Joe Cocker, B. B. King, Ricky Martin, Morandi, Zucchero, Renato Zero, la Pausini, Lionel Richie…

Queste convenzioni sociali… dietro ad ogni uomo deve esserci sempre una signora, dicono. E invece no! A volte può essere anche solo una figlia. Spirituale ovviamente, ci mancherebbe!

Ciao Lucianone, ciao donBe mio ♥️♥️♥️

(nella foto io in casa di Luciano)

La randagia fiorita

La libreria è sottosopra, il Buddha è spostato e il sacro nome di Gesù che ci ha regalato suor Serena per il matrimonio è finito nella cesta dei gatti accanto, non l’ho fatto apposta, non c’è nessuna volontà in ciò, semplicemente dovevo ritrovare alcuni libri di molti anni fa che ho gelosamente custodito, perché oggi, qui, in questo piccolo appartamento si stanno trovando parole per raccontare di una randagia che mai avrei creduto. E sono parole che vengono da lontanissimo, che non sapevo neppure di aver custodito. O forse non esistevano prima di oggi. Chissà.

Mi gira la testa e proprio da quella testa stanno uscendo ricordi incredibili, energie pazzesche. E torna Bologna, donBe, quando scrivevo scrivevo scrivevo all’università, e mi dicevo che bello, questa cosa non la sapevo proprio, sono felice di averla imparata, e anche i miei quando c’erano e non avevo ancora crepe conosciute, la luce di quando calava il sole nelle campagne di Modena e il sorriso della mia migliore amica, la Nonnina, il pensare di avere tutto davanti a sè, il canale gelido accanto al cimitero in cui andavamo a fare il bagno d’estate, da piccoli, i discesini in bicicletta e la villa disabitata con i cadaveri che pensavamo ci fossero dentro, le sere d’estate con i campi di grano e le lucciole…………

Ora ho capito perché mi è piaciuto tanto questo vaso della Cocciaia l’altro giorno, sulla spiaggia di Baratti, perché lì dentro si può rinascere e non c’entra nulla che ci siano delle crepe, tutti le abbiamo.

Lampo, il cane ferroviere di Campiglia Marittima

Sto partendo da Campiglia Marittima dopo la stupenda esperienza di full immersion di scrittura autobiografica e voglio portare a casa con me per ricordo la storia di Lampo, il cane viaggiatore.

Lampo era un bastardino pezzato che negli anni ’50 ha iniziato a farsi notare dagli abitanti di Campiglia perché saliva e scendeva dai treni come un viaggiatore esperto. Chissà dove andava! Virna, la figlia piccola del capostazione, ha chiesto al padre se potevano adottare Lampo, per non più di una notte, disse lui e poi Lampo è sempre rimasto con loro. Era un cane molto impegnato, al mattino saliva con Virna sul treno e la accompagnava a scuola, poi tornava e andava in ufficio col capostazione, e riprendeva il treno per farsi trovare puntuale all’uscita da scuola da Virna. Il cane dei ferrovieri era ormai famoso, la Rai gli dedicò uno speciale e addirittura un settimanale americano lo fotografò e lo mise in copertina. Purtroppo Lampo non si accorse di un treno in manovra, la sera del 22 luglio 1961. È seppellito sotto un’acacia in stazione a Campiglia e lo ricorda questa bellissima statua.

Adoro le piccole grandi storie, ma ormai lo sapete.

I Nokia non si rompono mai!

Massi stavolta è in camera con un signore tanto caro di nome Franco che ascolta la radio dal suo vecchissimo Nokia con le cuffiette che però si intrecciano sempre con il tubino della flebo e poi quando lui si muove casca tutto per terra, ma il Nokia non si rompe mai. Franco ha i segni dei birkenstock sui piedi e fa finta di niente, ma in realtà ascolta tutto quello che si dicono Massi e i medici. Col fatto che domani parto per la settimana di scrittura creativa mi ha detto non preoccuparti, a lui ci penso io e io sono in effetti più tranquilla, anche se non è stato facile andare via da quella stanza.

Prima, non si sa bene come, io e Massi abbiamo trovato nel suo beauty le siringhine con l’insulina che faceva Pipi. È tutto un avanti e indietro di quel gatto, fra farfalle e altri segni di presenza, caro lui!

Adoro l’ospedale di notte, quando tutto è quieto e fioco e le storie delle persone urlano ancora più forte.