La Piera e lo Chanel n. 5

In centro a Modena abita la Piera, una signora che ad una certa ora, quando cala un po’ il caldo, esce di casa e si siede sulla panchina davanti al Duomo e sorride alle persone ed esclama guarda che spettacolo! indicando il rosone. Non l’avevo mai conosciuta, credo che fosse un regalo a me predestinato proprio oggi. A te piacciono le orchestre? mi ha chiesto, Mah, come dire…, le ho risposto, Ho capito, ho capito! Ma cosa vuoi guardare in tv, la politica? E aspettare che cada il governo? (giuro, ha detto così!), Piera, il governo è già caduto, ieri. Ah, davvero?, io ho annuito e lei Guardamò, sono molto meglio i canali che trasmettono le orchestre e invece di pensare a certe cose balliamo!

Ecco. Mi è svoltata la giornata. Le ho chiesto una foto, poi lei è andata a farsi un bianchetto in piazza, se lo fa tutte le sere e fa bene.

Tornata a casa ho trovato cucina e sala invase dalle formiche, deve essere un segno, ma io non mollo, anche se vi confesso che durante questa lunga giornata ho pensato diverse volte alla Madonna, Fiorano, Lourdes, Fatima non importa. Le ho aspirate, ho pulito tutto con la candeggina e ho sparso borotalco sulla stradina che facevano per entrare, sorridendo al ricordo che molti anni fa, nella mia precedente vita, sulla via delle formiche spruzzavo Chanel n. 5.

Lo straccetto

Amo tanto scrivere, ormai lo sapete. Di solito farlo mi aiuta a rendere più dolce la realtà, a vederla con occhi diversi e a cogliere storie e bellezza. Stanotte però non ci sono riuscita, anche se ho scoperto che di notte nei corridoi del Pronto Soccorso trasmettono musica italiana di un’emittente locale, ma le canzoni erano talmente vecchie e brutte che mi saliva ancora di più il nervoso. Accanto a noi c’era un malato psichiatrico che delirava, diceva cose sulla morte e sull’inutilità della sua vita, era guardato a vista da una delle molte guardie che di notte passeggiano per il Pronto Soccorso perché un po’ violento. Che poi provavo a ricordare, da quando ci sono le guardie in ospedale? Comunque le infermiere erano molto carine con questo signore, lo conoscevano bene, mi è parso di capire che ogni tanto lui decide di andare a passare la notte là, così loro hanno portato del cibo scovato non so dove all’una di mattina e lui dopo aver mangiato è crollato dal sonno e stop. C’era anche un ragazzo con un polso o la mano rotta, non so. È uscito dalla sala gessi ridendo e dicendo che bisogna essere sempre positivi perché gli avevano ingessato la mano col pollice verso! Mi ha fatto sorridere, camminava per il corridoio come Fonzie, con sto pollice up e rideva. E poi c’era una signora obesa che faceva fatica a respirare. Dopo le lastre la dottoressa ha deciso di ricoverarla per polmonite ad entrambi i polmoni e il marito si è infuriato perché non voleva tornare da solo a casa, non voleva che sua moglie rimanesse lì. La dottoressa ha dovuto spiegargli perché era il caso che ci rimanesse, in ospedale, eccome e alla fine si è rassegnato.

Anche Massi è stato ricoverato e stavolta vederlo stare così male e a così poco tempo dall’altro ricovero, mi ha fatto venire paura, tristezza, rabbia. E una stanchezza che porta con se altri mille motivi. Di solito quando Massi rimaneva in ospedale io tornavo a casa e mi accoccolavo nel lettone con Pipi. Stanotte no.

Mi sento uno straccetto.

(Ph. Pinterest)

Quante storie! Pupun, al ross d’la Pepa e la farfalla…

Non credevo proprio che fosse una buona idea partire, venerdì. Avevo prenotato quei tre giorni di vacanza a giugno, grazie ad uno dei molti cofanetti vacanza che ci sono stati regalati per il tulleday. Avevo scelto in base al verde attorno al Podere, alla sensazione che fosse in alta collina ma non avevo controllato su google maps perché voglio imparare sempre di più ad andare a sensazione, a intuito, a magia, al fatto che in questo soggiorno venisse servita anche la cena, rigorosamente vegetariana, con gli ingredienti che la terra attorno al Podere regalava.

Però venerdì sia io che Massi eravamo distrutti. Dalle ultime settimane di Pipi, dalla tristezza, dal vangare la terra dura per seppellire il nostro micione, dai ricordi e ci dicevamo che era meglio non partire, stare a casa, in penombra, con la Miri e Tino, ma come facevamo ad annullare così, il giorno stesso dell’arrivo? Allora siamo partiti al pomeriggio tardi e siamo arrivati a Langhirano per cena. Al Podere in cui avremmo alloggiato abbiamo trovato la proprietaria Elena con Enrico, il suo fidanzato e Maurizia, una signora nata lì ma che poi si è trasferita a Parigi ed era arrivata qualche giorno prima col tgv, e poi il trenino fino a Parma e il taxi fino a Castrignano. Elena mi ha raccontato che l’arrivo di Maurizia pareva un film, per quel taxi sperduto fra i monti e lei, signora parigina che scende con un borsone imbottito in mano da cui spuntava una testina, quella di Pupun, un micione bianco e arancione, come Pipi. Ci stavano aspettando per cena, abbiamo mangiato tutti insieme e siamo stati a chiacchierare fino a tardissimo, sembrava una delle tavolate di Almodovar, quelle dove tutto è possibile anche se quegli intrecci non te li saresti mai aspettata. E ovviamente io ad un certo punto ho preso l’iPhone e ho iniziato a mostrare foto di Pipi, del matrimonio, di tutto e questa cosa che mi è presa ultimamente di mostrare foto a semi sconosciuti mi fa sempre sorridere. Quella sera ci siamo addormentati in un lettone antico e abbiamo dormito fino a tardi. Poi abbiamo conosciuto Giuseppe, che ha la Cantina del Borgo a Torrechiara e che mentre passavamo davanti alla cantina fischiettava e ci ha detto buongiorno e io mi sono fermata subito sorridendo. Dopo qualche parola ha raccontato che all’alba quella mattina aveva visto un lupo bianco nella vigna ed era bellissimo e poi siamo entrati per la degustazione. Uno dei vini si chiamava ross d’la Pepa e subito gli ho domandato chi è la Pepa? e lui Mia madre. Quando è morta nel suo giardino ho trovato una vigna nascosta dal resto e con tanta pazienza ho fatto il vino, il mio vino più buono! e io Le manca molto sua mamma?, Sì, moltissimo. Anche a Giuseppe ho raccontato di Pipi e lui ci ha accompagnati a vedere la Mery, una micina che è stata abbandonata nel borgo e aveva grandi occhioni nocciola, ci ha chiesto se la volevamo adottare, ci abbiamo pensato fino ad oggi è poi siamo tornati a trovarlo e gli abbiamo detto di no, perché secondo noi sta molto meglio libera, in mezzo alle case di sasso. Se l’avessimo portata a casa con noi però le avremmo cambiato nome. L’avremmo chiamata Pepa.

Questi tre giorni di vacanza nel verde e nelle storie ci hanno fatto molto bene. E c’era anche una farfalla che spesso si avvicinava a noi, a Torrechiara. Siamo certi che fosse Pipi.

Pipi la stella

Pipi è diventato una stella

mentre veniva su il caffè per la colazione, la campana delle dieci e trenta suonava, la cagna antipatica del vicino abbaiava, Tino lo guardava, io lo accarezzavo, Benny seduta sul divano accanto a noi, Massi che diceva telefoniamo a Maffei, Miri scappava e tornava.

Poi ho acceso il cero della famiglia, lo stesso che Elena aveva acceso accanto alla Nonnina e ho riempito la ciotola di acqua, perché per tre giorni può tornare a bere e deve trovare acqua e luce quanto basta. L’ultimo film che ha sentito è stato il favoloso mondo di Amélie, l’hanno accarezzato amici cari, in tantissimi gli avete mandato bacini e grattini, un ragazzo speciale voleva sapere continuamente come stava, in tantissimi lo portiamo nel cuore. Pipi è stato un gatto fortunato, ha vissuto tante storie belle, anche noi siamo stati fortunatissimi ad averlo e a continuare a portarlo con noi, nella nostra famiglia.

Grazie Pipi, brilla sereno, piano, con nonchalance, come sai fare tu.

Commissionare stelle

A cosa pensa un gatto mentre sta morendo? Lo capisce che tu non vuoi che vada, però gli dici Pipi, vai pure, grazie per tutto quello che hai fatto per noi, non ti preoccupare, vai…? che poi secondo me quella cosa dell’adesso vai, puoi andare serve solo a te perché non riesci più a vederlo così, uno straccetto di pelliccia con lo sguardo che non guarda più. Lo chiami e fino a qualche settimana fa ti avrebbe sentito anche tre stanze più in là e sarebbe corso, ora invece gli sussurri Pipi nell’orecchio e non ha il minimo sussulto. Il veterinario ha detto che si potrebbe fare la puntura e quando Massi me l’ha riferito ho detto subito mai! e anche lui ha risposto al dott mai!, ma la Benny invece ha detto secondo me sì, perché è come che sia già morto. Io spero che se ne vada da solo, qui, sul suo balcone, sotto al tendone, accanto al basilico, con attorno la signora bionda che porta a spasso il cane nel parchetto, la signora di fronte che festeggia l’amica sul suo balcone e ha preparato il tavolo con l’aperitivo e ora sono dentro che cenano, la giovane mamma che è riuscita ad addormentare la figlia appena nata nel passeggino a forza di camminare, i trattori che passano con le balle di fieno e la Miranda che corre avanti e indietro per la sua solita ansia. Vorrei tenerlo in braccio ma sento che lui si vuole allontanare, ogni volta che gli torna un po’ di forza si alza e crolla qualche centimetro più in là. Sta andando.

Oggi gli ho commissionato una stella, perché Pipi sarà una stella. A suo tempo vi racconterò perché. Ora accendo in balcone una treccina di incenso e vado a fare la doccia. Stare accanto a Pipi mi ha sfinita. Strani noi umani! Abbiamo bisogno di riti e passaggi, di lacrime, amuleti e consolazioni, di sapere sempre a che punto siamo. Eppure l’amore e la morte sono cose così semplici…

Pipi, la sua resistenza e le rose gialle

Nonostante le flebo che il veterinario sta facendo a Pipi ogni giorno, lui peggiora, a vista d’occhio e noi siamo tutti raccolti qui, attorno a lui. Io interro rose gialle e preparo i fiori nel vaso a forma di cuore per la cena di stasera, viene Francesco, ve l’ho già detto e a Fanano abbiamo preso la ricotta quella buona e i condimenti ai funghi e al tartufo; Massi suona la chitarra e la Benny guarda cose su Instagram. Però andiamo continuamente a vederlo, Pipi, a cercare di farlo bere, a fare una carezza a lui e una a Biscottino, suo fedelissimo badante, a dirgli dai Pipi, su! Che domani torni da Maffei (il dott), ti fa la flebo e vedrai che fai come Scrabby (un altro gatto che, a dire di Maffei, era mezzo morto un po’ come il nostro Pipi e allora lui gli ha fatto una flebo con chissà cosa dentro e Scrabby è stato meglio).

Inizio ad aver voglia di autunno, luce tenue e aria freschina, anche se mi sto godendo tanto i temporali estivi, le notti a scoprire cose nuove, il profumo della lavanda, le rose e il loro odore appena innaffiate, i polaretti, le stelle che spero di vedere e i desideri, soprattutto uno, che stiamo esprimendo in questi giorni.

Il giorno dopo il decreto di sicurezza bis…

Il giorno dopo l’approvazione del decreto sicurezza bis sono andata in centro a Modena, in una delle piazzette più belle e multietniche e mentre bevevo un tè freddo con una amica, ho visto cose che mi hanno fatto pensare che spesso la politica e la vita delle persone sono completamente diverse, nel bene e nel male. Stavolta nel bene. Infatti mentre al Governo si autorizzano e si incoraggiano la chiusura, il razzismo, la discriminazione, la demonizzazione e la paura, in quella piazzetta oggi c’era la giovane commessa italiana di una profumeria bio che quando non aveva clienti usciva e, seduta al tavolino di fianco al nostro, giocava con le due piccoline figlie della signora del banglashop e con un giornalino pubblicitario dell’OBI insegnava loro parole in italiano, erbaaa, fiooori, tagliaerbaaa… Poi è arrivato un biondino di circa 4 anni con la mamma tedesca e mentre lei faceva la spesa al banglashop lui rincorreva le amichette che ridendo ripetevano errrbaaaaa. Dopo poco è arrivata anche la cuoca albanese un po’ freak di un locale alla moda del centro, insieme al suo cagnone e alla gattina che di solito abita nella piazzetta, immaginate il casino che c’era venuto fra cane e 4enni felici, si rincorrevano tutti, vicino ad un signore anziano che mangiava noccioline, beveva un bianchetto e un po’ sbuffava un po’ gli scappava da ridere. Mi sembrava tutto un gran caos perfetto. Dopo il tè sono andata da Zara a cercare un paio di jeans perché al mare sono rimasta incastrata in una panchina e ho strappato completamente i miei preferiti. La moda autunnale prevede jeans larghi con il cavallo basso e due tasconi davanti, un incrocio fra tuta da meccanico e haute-couture, perfetti per me. A ottobre andremo al concerto di Sting e nel frattempo vogliamo rivedere i film di Fellini partendo da Amarcord. Stanotte ho osservato per ore la pancia che andava su e giù di Pipi perché mi ero convinta che stesse per diventare una stella, ma stamattina per fortuna si è ripreso. Domani montagna, venerdì sera Francesco l’infermiere di Massi a cena (vedi Dire le cose belle, soprattutto quelle 🔽 sotto) e intanto progettiamo sogni da far diventare realtà nei prossimi mesi, pian piano, un passo dopo l’altro, insieme noi.

Ostinata pazienza

“Si nascondono casa per casa piccole storie di persone, di gente comune che a volte è riuscita magicamente a raffigurare l’invisibile, giungendo fino a noi come un canto” V. Marchetti

Ho dovuto avere pazienza qualche giorno per scrivere questa storia che vi avevo già annunciato nel precedente post Pensieri di mare, sale e luce. Ho dovuto aspettare di avere il cuore giusto e non credevo di certo che lo avrei avuto oggi. Stamattina infatti abbiamo scoperto che Pipi ha il diabete e Massi è stato di nuovo poco bene ed è dovuto tornare in ospedale. E invece eccomi qui, con il mio iPad in mano, una bellissima foto da condividere, i colori giallo ocra e azzurro biancastro negli occhi.

Domenica scorsa abbiamo fatto il nostro consueto giro a Santarcangelo di Romagna. Ogni anno ci torniamo, è un rito che ci fa sempre tanto bene. Passeggiando per la piazza della Collegiata dopo pranzo vedo che Benny e Lety stanno giocando con un gatto sui gradini di una stupenda casa rossa, il portone aperto lasciava intravvedere una signora sulla sedia a rotelle con le ciabatte rosse, somigliava tanto alla mia Nonnina. Ho tirato subito fuori l’iPhone per fotografare da lontano quella suggestione, quel paesaggio del mio cuore e mentre scattavo vedo che la signora mi fa segno con la mano di avvicinarmi con un sorriso bellissimo. Ci siamo avvicinati tutti volentieri e ci siamo accorti che accanto a lei c’era un uomo, lei è il figlio, vero? È uguale… e infatti era così. Nel giro di qualche minuto abbiamo scoperto che il micio si chiama Leo, la signora con il vestito e le ciabatte rosse Dina e suo figlio Giuseppe, detto Pino, poi su c’era Dolores, la moglie di Pino. Noi sulla soglia, loro dentro all’androne ci siamo raccontati molte cose su Santarcangelo, su di noi, su di loro, sulle ragazze, sui gatti, sui palazzi stupendi come il loro, sul fatto che ad una certa età l’idea della morte ti diviene familiare e parla, parla, parla, salta fuori che Pino è un pittore! Che poi lui te lo racconta quasi tirandosi indietro da questa etichetta, però capisci che ai suoi quadri tiene in una maniera così assoluta e viscerale che pensi proprio che ti piacerebbe tanto vederli. Lui deve avermi letto nel pensiero e poi ci teneva molto che li vedessimo, si vedeva e ad un certo punto dice aspettate un attimo, che sento da mia moglie se potete salire e io magari! Mentre salivamo le scale, Pino e Dolores stanno al secondo piano senza ascensore, mi dicevo chissà come saranno questi quadri e di certo non mi aspettavo quello che stavo per vedere, la magia in cui stavamo per precipitare! Erano entrambi felici che fossimo lì e la felicità era assolutamente reciproca. Dolores ha parlato tanto con Benny e Lety, era una prof, si vede che amava molto il suo lavoro. E i quadri di Pino… non avevamo parole, continuavamo a dire stupendi! ma poi abbiamo smesso perché sembrava che lo dicessimo così per dire, perché in certe occasioni sta bene dire così, però stupendi! continuiamo a dircelo ancora adesso che siamo tornati a casa. Pino nei suoi quadri ha dato vita ad una umanità ritratta con sguardo affettuoso, indulgente, ironico, arguto, e in cui paesaggi, ambienti, persone e cose, anche le più minute, convivono armoniosamente (Paolo Foschi, presidente musei di Santarcangelo) e io volavo fra tutte quelle persone, quei colori, quelle storie e gli ho chiesto come ha fatto a dipingere tutta quella gente, era vera, esistente o inventata? Lui mi ha risposto che non c’era esattamente una risposta, che tutte quelle persone erano uscite da lui e finite nel suo pennello perché così doveva accadere e aveva un’idea precisa di tutti loro, li conosceva anche se magari non li aveva mai incontrati. Accade così anche a me, quando sento l’urgenza di raccontare una storia e mentre la vedo, dentro o fuori di me, la immagino già in parole. Non so perché, ma accade così. Esattamente così è stato anche con loro, Pino Dolores Dina e Leo, insieme a tutti quelli che abitano sulle pareti della loro casa. Una moltitudine, una bellissima festa di paese, uno sguardo unico sui colori e sul cuore della Romagna, sugli usi e sui costumi di questa gente con uno sguardo alla Pino Boschetti, che somiglia tanto a quello di Fellini e a quello di Guerra. Campi morfici? Io sono certa di sì. Quei quadri sono pieni di piedi ben piantati a terra, ma anche di tanti sogni e gioia di vivere.

Il 18 luglio prossimo Pino e Dolores festeggeranno le nozze d’oro e gli abbiamo promesso che torneremo a trovarli per gli auguri. Dina vi aspetta davanti alla Collegiata di Santarcangelo, che è solo contenta di parlare con chi passa davanti alla sua casa.

Nel frattempo è saltato fuori en passant che Pino ha partecipato per ben tre volte al Premio Nazionale dei Naïfs di Suzzara, quello di Cesare Zavattini per intenderci, che ha ricevuto la medaglia del Presidente della Repubblica per uno dei suoi quadri più splendidi, Sere d’estate e che ha esposto con grande successo a Santarcangelo. Se volete scoprirlo più da vicino, eccolo: boschetti.net.

Dɪɴᴀ

Pensieri di mare, sale e luce

Ultimo giorno a Bellaria. Ho passato molto tempo in compagnia di Nooteboom e del suo 533 Il libro dei giorni che mi sta piacendo da matti, è una analisi fine e importante di ciò che lo circonda e credo che apprezzare un libro così contemplativo ma allo stesso tempo maestoso sia indice di una certa saggezza ormai. Lui descrive la natura e la natura allo stesso tempo descrive lui.

Sulla sdraio un po’ ho dormito, strano, direte voi, e un po’ ho osservato e ascoltato. Ho visto che molte persone quando vanno a fare la doccia dopo il bagno in mare lasciano aperto il rubinetto, senza curarsi dello spreco. Ho sentito anche un ragazzino che, dopo un gavettone inaspettato da parte di un amico, l’ha insultato urlandogli gay! e negro!. Per dire… E l’altra mattina ho fatto una lunga passeggiata sul lungomare e ho visto un bagno il cui bagnino aveva scritto sul pattino non salire!, sugli scogli non salirci! e sull’ultimo scoglio che delimitava il mare aperto non oltrepassare! Tutte le scritte erano fatte con una grossolana bomboletta spray nera. In questi giorni abbiamo mangiato insalate greche, fritti misti, toast e hot dog, bif e cuori di panna, Massi soprattutto riso in bianco e banane, che dopo l’ospedale deve stare attento. Ci siamo immersi nel casino del luna park, la Torre Saracena purtroppo l’ho vista solo da lontano, i gabbiani quest’anno sono particolarmente allegri, il trenino mi ha fatto venire tante idee per il racconto che scriverò al laboratorio con Rossana Campo a fine agosto, non vedo l’ora e all’Isola dei Platani ho visto tanta burinita’, ma anche un signore anziano che spingeva con fatica la carrozzina della moglie e sorridevano entrambi felici. Jimmy per fortuna ieri sera non era più triste, ha regalato a Benny e a Lety il solito braccialetto della fortuna, che è una garanzia per trascorrere un buon anno a Modena. Di notte ho fatto sogni così incredibili che vorrei avere un Tonino Guerra a cui raccontarli, come faceva Fellini che gli telefonava al mattino e così è nato Amarcord. In centro a Bellaria ho preso cose bellissime e preziose per la nostra casa rinnovata e una gonna francese nera con le cuciture dorate che brillano e un anello a forma di infinito ma anche di onda infinita. Mi manca solo di raccogliere sassolini e conchiglie da mettere nel barattolo degli amuleti del 2019 e poi siamo pronti per ripartire. Grazie mare! È proprio vero che sei la cura di (quasi) tutto.

𝒩𝑜𝒾  

Impermeabilino, infradito e iPhone nella tempesta

Sto dormendo fino allo sfinimento, ogni volta che posso. Mi sdraio e penso a ciò che ho vissuto, o leggo un attimo, poi gli occhi si fanno pesanti, la testa leggera e dormo. Non mi è mai successo, il senso di controllo che dovevo sempre avere sulla mia vita si è allentato moltissimo e adoro questo concedermi di poter scomparire così, nel sonno, di non essere sempre presente ovunque, di lasciare che tutto il resto proceda da solo per un po’, senza preoccupazioni. E comunque sono anche molto stanca… gli ultimi mesi sono stati stupendi, ma anche complessi e c’è voluta tanta energia vitale e molto controllo delle emozioni per tenere tutto in equilibrio. Adesso vivo un momento felice in cui gli equilibri fondamentali sono già stabiliti e io posso concedermi il viaggio verso la vera me, che poi altro non è che il prendere sempre più parte al bello attorno.

In questi giorni piove. Ieri, appena ha iniziato, sono uscita con le infradito e il mio impermeabilino a fare foto con l’iPhone. Tutti si riparavano e si chiudevano in casa, io ormai faccio spesso il movimento contrario, mi apro, esco, guardo, imparo, contemplo. Ho una fiducia assoluta, raramente mi chiudo per proteggermi.

Quanta bellezza abbiamo attorno!

🌪 e il bagnino fischiava col fischietto per avvertirmi di non entrare in acqua! 🌪

Jimmy re, vialetto del cuore e summer pride

Fra mille peripezie siamo riusciti ad arrivare al mare.

Mamma mia, che umidità! Guarda, che nugolo di zanzare, uffa! L’anno prossimo vediamo, se tornare qui……… e lo diciamo da 14 anni, poi torniamo sempre, perché la Riviera è qualcosa che ti entra dentro e ti senti a casa.

Jimmy, ricordate? Il venditore ambulante del Ruanda, quello dei braccialetti della fortuna, ieri sera era stranamente seduto su una panchina del parchetto, di solito ti viene incontro, e scriveva cose in thailandese sul cartoncino dei braccialetti. Mi ci sono seduta accanto, cosa scrivi?, Niente, parole a caso in thailandese, mi aiuta quando sono triste…, Perché sei triste?, Perché stasera non posso mangiare e poi mi manca tanto Marilina, mia moglie… Siamo rimasti vicino a lui per un po, abbiamo parlato del più e del meno perché lui non voleva più mostrare tristezza e malinconia, tutti i lavoratori stagionali che passavano per tornare a casa a piedi o in bicicletta lo salutavano, Ciao Jimmy! Ciao grande! Buonanotte re!, e lui aveva un sorriso e una battuta per tutti. Vogliamo molto bene a Jimmy, molto. E anche a Marilina. E mi piacerebbe tanto che Jimmy fosse davvero il nostro re.

Per il resto procediamo a suon di spiaggia, insalate greche, prosciutto e melone e bomboloni alla crema. E io dormo tantissimo, mai successo in vacanza di addormentarmi così, ovunque. Anche oggi starei a letto tutto il giorno, se non fosse che c’è il summer pride a Rimini ed è un appuntamento ormai irrinunciabile per noi.

Ecco la solita foto di rito di me nel vialetto del cuore, quello in cui Benny si è sbucciata il ginocchio a due anni e in cui ho sentito per l’ultima volta la voce di mio padre. Da tre anni faccio questa foto come rito di riconoscenza e di cambiamento.

Dire le cose belle, soprattutto quelle

Mi piace tanto camminare in ospedale la sera tardi, quando non c’è più il brulichio della giornata e puoi vedere i corridoi vuoti senza che qualcuno ti compaia all’improvviso dietro e ti incalzi col suo passo. E io cammino lentamente, certa che vedrò cose belle che non ho mai notato, nonostante passeggi in quell’ospedale da molti anni ormai. Dopo quasi 5 giorni di ricovero di Massi ho iniziato a sentire il reparto in modo familiare, conosco il profumo del sapone in bagno, il rumore che fa la porta tagliafuoco quando sbatte, intuisco l’ora dalla luce che penetra dal fondo del corridoio, riconosco gli zoccoli di alcuni operatori prima di vederli in viso.

Massi oggi pomeriggio mi ha scritto un messaggio “Francesco mi ha appena chiesto di te, come stai, Bene, sta arrivando! Evviva, così la saluto!”. Francesco è il giovane infermiere che era di turno quando siamo arrivati in reparto, Massi a bordo del suo letto a rotelle e io che mi affrettavo per tenere il passo dei due che lo hanno traghettato da un reparto all’altro. Una era la stessa signora che dieci anni fa ha accompagnato Benny in sala operatoria insieme a Leopoldo, il suo orsetto; l’ho riconosciuta subito, ricordo molto bene le sue parole, che benedizione oggi, poter accompagnare una bambina così bella! Bè, tornando a Francesco, è delizioso, ha sempre una parola per tutti, dice che le persone sono lì con tutto il loro carico di sofferenza e un sorriso, una battuta, un pensiero fanno la differenza. Ha ragione! Stasera quando mi ha vista è venuto subito a salutarmi, mi sembrava di essere tornata a casa! E l’ho detto anche al primario, Marcello, che è comparso mentre io e Massi leggevamo qualche poesia di Arminio in sala d’attesa Tutti si lamentano, dottore, ma io le voglio proprio dire che siete tanto gentili in questo reparto, bisogna smetterla di dire soltanto ciò che non va, è indispensabile dire anche le cose belle. Soprattutto quelle! e a Marcello le mie parole hanno fatto tanto piacere, l’ho visto dai suoi occhi. Un encomio speciale per Francesco, ho aggiunto e lui mi ha raccontato che Francesco fa parte del gruppo degli infermieri precari che arrivano, assunti dalle agenzie interinali, a coprire le ferie estive degli sconosciuti colleghi. Viene dalla Sicilia.

Marcello il primario lo vedi a qualunque ora. Una volta stava mangiando un frutto in corridoio mentre un collega gli parlava, un’altra volta stava avvitando non so cosa con un cacciavite dietro al bancone dove ci sono i computer, ma soprattutto lo trovi all’improvviso in stanza, anche se è già passato per le visite, che ti chiede come stai. Ai pazienti, prima. A volte anche ai parenti, dopo.

E poi nella prima stanza c’è un signore molto anziano, allettato, sua nipote che fa la wedding planner ogni giorno sta da lui molto tempo, un po’ è preoccupata, un po’ le scappa un sorriso perché suo nonno ormai è famoso nel reparto. Non lo vedi, ma lo senti perché ha l’udito affievolito e parla fortissimo, in dialetto. Stamattina si sentiva Stai fermo, nonno! e lui Ma dove vuoi che vada! in dialetto modenese. Poi canta i canti degli alpini e ogni tanto dice portatemi in collina, portatemi in montagna…

Spero che Massi torni a casa presto e ovviamente lo spera più di tutto lui, che, passato il dolore, inizia ad essere un po’ stanco e avvilito. Ecco perché gli ho portato delle poesie, sono la cura che arriva dove la chimica non può.

Io vado e vengo dall’ospedale. Oggi mi sono fatta le unghie di un rosa che più lo guardo più mi chiedo perché?!, avete presente il rosa Big Babol? Ecco, quello. A casa mi tiene compagnia l’ispettore Barnaby in replica perpetua su Giallo e ovviamente Pipi, Miri e Tino. Domattina anche Pipi va dal dottore, lui non lo sa ancora.

À bientôt!

▫️ Reparti di ospedale ▫️

Da dove sei abbracciami!

Caro Pinno,

sono passati tredici anni da quando sei partito più o meno definitivamente. Sei lontano da me, ma non abbastanza per dire che non ci sei più. E spesso ti sogno. Ogni anno penso che tu sia diventato qualcosa di diverso! Un anno un gabbiano, un altro anno il Cimone, sempre Roberto di Pieve, quest’anno in particolare credo che tu sia molto nel Rondò Veneziano che mettevi a buco sulla Multipla mentre andavamo chissà dove. Così ieri al cimitero ti ho portato i fiori che ho scoperto in Grecia e anche un po’ di Rondò.

Sai che mi sono sposata? Ah, sì, è vero: c’eri, me l’ha detto anche la Glory che vi ha sentiti, tu e la mamma. Benny sta bene, molto, ma anche questo lo sai, perché noi tre abbiamo la stessa leccata nei capelli e quindi certe cose si sentono prima e anche a distanza. So che ti piace molto e non solo perché è la tua nipotina. Mi sarebbe piaciuto che conoscessi Massi, a volte lui mi parla di te come che ti conosca, ti sente attraverso me. Non ti nascondo che sono anche un po’ incazzata con te e mi sembra di vedere il tuo mezzo sorriso sornione mentre te lo dico, io però incazzata rimango. Diciamo che con te e la mamma ho imparato ad assumermi la responsabilità di tutto ciò che faccio per evitare che le mie non scelte e le mie fughe le debba pagare la Benny. Forse un giorno mi passerà, lascerò andare, per ora però accanto al mi manchi c’è anche un leggero ziocanta, come dice sempre Caio. Ecco, forse sei, siamo anche un po’ Caio!

Abbracciami Papà.

L’odio

L’odio

Wisława Szymborska

Guardate come è sempre efficiente,

come si mantiene in forma

nel nostro secolo l’odio.

Come gli è facile avventarsi, agguantare.

Non è come gli altri sentimenti.

Insieme più vecchio e più giovane di loro.

Da solo genera le cause

Che lo fanno nascere.

Se si addormenta, il suo non è mai sonno eterno.

L’insonnia non lo indebolisce, ma lo rafforza.

Religione o non religione –

purché ci si inginocchi per il via.

Patria o no –

purché si scatti alla partenza.

Anche la giustizia va bene all’inizio.

Poi corre tutto solo.

L’odio. L’odio.

Una smorfia di estasi amorosa

gli deforma il viso.

Oh, quegli altri sentimenti –

malaticci e fiacchi.

Da quando la fratellanza

può contare sulle folle?

La compassione è mai

giunta prima al traguardo?

Il dubbio, quanti volonterosi trascina?

Lui solo trascina, che sa il fatto suo.

Capace, sveglio, molto laborioso.

Occorre dire quante canzoni ha composto?

Quante pagine ha scritto nei libri di storia?

Quanti tappeti umani ha disteso

su quante piazze, stadi?

Diciamoci la verità:

sa creare bellezza.

Splendidi i suoi bagliori nella notte nera.

Magnifiche le nubi degli scoppi nell’alba rosata.

Innegabile è il pathos delle rovine

e l’umorismo grasso

della colonna che vigorosa le sovrasta.

E’ un maestro del contrasto

tra fracasso e silenzio,

tra sangue rosso e neve bianca.

E soprattutto non lo annoia mai

Il motivo del lindo carnefice

sopra la vittima insozzata.

In ogni istante è pronto a nuovi compiti.

Se deve aspettare, aspetterà.

Lo dicono cieco. Cieco?

Ha la vista acuta del cecchino

e guarda risoluto al futuro –

lui solo.

(Opera di Banksy)

Giovane poliziotto con pappagallo in mano, Massi, Teresa, vibrazioni…

Stamattina all’alba ho dovuto chiamare il 118 perché portasse Massi al pronto soccorso dopo una notte dolorosissima e delirante in cui si era resa sempre più evidente l’ipotesi temutissima e schifata della ripresa di malattia. La sua malattia. Quella con cui convive da 9 anni, scoperta per caso dopo settimane di malessere, che gli ha portato via da un’ora all’altra 14 centimetri di intestino e lasciato per ricordo una cicatrice lunghissima. Massi ha il morbo di chron, una malattia autoimmune che aggredisce e pian piano distrugge l’intestino, un pezzetto alla volta. Da 9 anni ogni giorno prende un numero imprecisato di medicine, per alcuni anni si è fatto tutti i mercoledì sera una puntura nella coscia di un farmaco biologico che rallenta la progressione del morbo e quindi distanzia gli interventi chirurgici. A marzo ha iniziato una nuova terapia perche quella di prima non era più efficace. Deve stare molto attento all’alimentazione e da un po’ pensiamo di eliminare quasi completamente la carne… Insomma, cose così. Cose di cui lui non si lamenta mai, come che sia tutto normale e a posto e in effetti per lui è normale così.

Bè, vi stavo dicendo, stamattina all’alba per la prima volta è arrivata l’ambulanza a casa nostra e dovevate vedere come Pipi sfidava l’infermiere, per alcuni minuti ho pensato che stesse per attaccarsi pure alla sua caviglia, poi per fortuna è uscito in balcone. Una volta partiti, io mi sono velocemente vestita, ho pulito la lettiera dei gatti, chiuso le finestre, preso la cartella clinica di Massi, che poi cosa la prendo sempre a fare, che tanto in ospedale hanno tutto, infilato un libro in borsa e afferrato un maglione, che al pronto soccorso si gela e via, verso Baggiovara. Mentre cercavo di far aprire le porte, le fotocellule mi vedono sempre in ritardo, quante volte ho rischiato di inzuccarmi, ho notato la nostra ambulanza parcheggiata nell’accesso diretto al PS accanto ad un’altra ambulanza. Dentro molti poliziotti. In certi momenti però vedi le cose, ma ti fai poche domande. Massi aveva molto male, si contorceva sulla barella e l’hanno preso velocemente in carico, continuavo a vedere dei poliziotti e un po’ iniziavo a chiedermi perché… Mentre Massi era a fare le lastre è passato davanti a me un giovane poliziotto imbarazzato con un pappagallo in mano (sapete cos’è il pappagallo, no?) e poco dopo l’ho incontrato di nuovo perdendomi alla ricerca del distributore dell’acqua, erano in due, accanto ad un signore molto anziano, ferito, arrivato con l’ambulanza gemella di Massi. Ho distolto subito lo sguardo, per rispetto e pudore, non potevo sapere. Aspettando la TAC, in uno dei rari momenti di connessione al pronto soccorso, ho scorso facebook e la prima notizia mi ha raggelato il sangue: all’alba Teresa, una signora di 77 anni, è stata accoltellata dal marito 88enne che poi si è a sua volta ferito, ha nascosto il coltello sotto al lettone e ha telefonato al figlio… Era malato di demenza senile, Teresa aveva paura di lui… Teresa dal PS era stata trasferita all’obitorio.

Giovane poliziotto con pappagallo in mano, 88enne confuso, qual è il suo nome poi?, Teresa, coltello, Massi, Chron, puzza di disinfettante, aghi, dottori, polizia, muri bianchi, bagni di ospedale, barelle, ambulanze, tragedie piccole e grandi…………………….

Massi è stato ricoverato, io sono caduta come una pera cotta nel parcheggio dell’ospedale e un automobilista mi ha evitata ma non si è neppure fermato per soccorrermi e nonostante tutto ridevo perché probabilmente l’ultima volta che mi sono sbucciata il ginocchio è stato alle elementari, sono andata ugualmente a yoga e ho meditato sul fatto che siamo esseri vibrazionali, vibriamo attraversati dai suoni, dalla vita, dal silenzio, ma a volte smettiamo di vibrare e allora è morte e la morte a volte sopraggiunge ben prima dell’ultimo respiro.

Nota del giorno dopo aver scritto: Domenico si chiama, il marito di Teresa.

Fiume, foglia, nuvola, pietra, muschio, lucciola

Oggi guardo e ascolto la pioggia che cade nel bosco e lo faccio con molta passione, perché mi rendo conto che a questo punto della mia vita ho tanto bisogno della natura e di ciò che ha da raccontarmi. Non so bene come è accaduto, ma mi sento molto fiume, foglia, nuvola, pietra, muschio, lucciola.

E sono qui da sola, per la prima volta. Non sono abituata a stare senza Massi, ma credo di cavarmela molto bene, per fortuna. E lo amo tanto anche perché per lui non c’è problema se gli chiedo di stare da sola, anzi. Sa che cosa mi fa bene ormai.

Così come lo so sempre meglio anche io, che cosa mi fa bene e non è mica scontato. Ho imparato a tenere le distanze giuste dalle persone e dalle situazioni e mi immergo tendenzialmente soltanto in ciò che mi rimanda amore. Di tutto il resto non mi assumo più la responsabilità, lascio andare. Scelgo. E perdono il mio sentirmi in colpa rispetto a ciò che lascio. Dopo tanti anni a volte mi sento ancora cattiva, ma pazienza se non sono una brava bambina. L’importante è che io sia felice!

➰ Il bosco di Ospitale, Fanano ➰

Storie all’ospedale, ricordi e salti

Qualche parola in ordine sparso e luminoso sul week end appena trascorso.

Sabato ci siamo beati in un luogo di quelli che non ti aspetti, in un quartiere di Modena un po’ così, poco raccomandabile, dove a sentire la gente che parla al bar, ma anche qualche politico, nella migliore delle ipotesi provano a venderti quintali di droga e nella peggiore ti violentano e ti uccidono lasciando il tuo corpo di fianco alle rotaie del treno. Modena, stazione di Modena, per Carpi Suzzara Mantova si cambia!!! Ebbene, in questo piccolo edificio inaspettato, con un giardino inaspettato anche lui pieno di lucine e candele e fiori e collanine create con tanto amore, abbiamo mangiato e bevuto cose buonissime con le due ragazze che hanno accettato la sfida di creare bellezza dove non te l’aspetti e ci raccontavano le loro storie di incontri e integrazione e fiabe. Nella strada davanti al locale, dei bimbi avevano disegnato una settimana a terra coi gessetti e sono tornata subito bambina, quante ne abbiamo saltate io e l’Allina! Pomeriggi interi a gettare il sasso, saltare, tornare indietro e raccogliere in bilico, su un piede solo, il sasso e poi via, di nuovo. E sabato sera ho saltato, il mio vestito di paillettes viola era brillantissimo, i capelli volavano e mi è venuto un fiatone… La gioia si misura anche in salti!

Ieri invece ho passato diverse ore al pronto soccorso per un morsicotto abbastanza importante di Pipi, il mio fulmicotonico e infeltrito dolce gattino di 18 anni. L’ho pestato al buio, ovviamente senza volere e lui per risposta mi ha piantato i canini nella caviglia, io che pensavo che fosse ormai senza forze e indifeso. All’ospedale ho osservato tanto. Un signore ha usato il telefono pubblico! Non vedevo più una scena del genere da anni e anni. Ha infilato la moneta, ha composto il numero e ha detto forte Ho finito, vienimi a prendere poi ha messo giù ed è andato via. Ricordo le lotte per impedire che venissero tolte le cabine telefoniche! Alcune le hanno lasciate e dentro ci sono piccole biblioteche o disegni colorati fatti con lo spray da chissà chi. Che bei ricordi, quei suoni di monetine che cadevano, i plof dei tasti, il rumore metallico di quando riagganci la cornetta. C’era anche un uomo di una certa età che giocava col cellulare ed era tutto un pliiin, gong, ciccc, wrushhhhh e Massi gli è andato a chiedere se per favore poteva abbassare. Ha tolto la suoneria ma poi ha deciso di telefonare al nipotino e gli ha chiesto, anche lui a voce altissima, se voleva più bene al nonno o alla nonna, al papà o alla mamma e altre cose che non sono riuscita a capire… Non credo che per questo ci sia una cura. Seduta al centro dello stanzone c’era anche una signora anziana con un codice bianco, era in attesa da ore, raccontava a quasi tutti quello che le era successo e ogni volta aggiungeva un particolare, un dolore, una solitudine, una scintilla. Dopo quattro ore si è andata a lamentare dall’infermiera alla reception, che L e ha detto che sapeva che avrebbe aspettato molto e poteva andare anche il giorno dopo dal medico di base, la signora le ha risposto piccata per la poca importanza che le era stata attribuita bè, allora mi date poi anche la cena stasera, a forza di aspettare e se n’è andata. E una coppia, lei stava molto male… Mentre lui era andato un attimo al bar l’infermiera ha chiamato dentro la moglie. Quando è tornato gli ho detto che lei era dentro, lui si è seduto accanto a me, l’ho guardato, gli ho sorriso e lui non credo di aver voglia di entrare, gli ho sorriso ancora, alla fine è entrato. Una ragazza dietro di me esclama nella mia direzione gli uomini, che poco coraggio che hanno! e io, senza voltarmi, forse è semplicemente stanco e triste di continuare a vedere la moglie soffrire, lei non stava per niente bene. Silenzio.

Storie.

Stamattina il mio amico corriere mi ha finalmente consegnato una collanina che ho fatto fare appositamente da un’artigiana, dentro al ciondolo trasparente c’è il pizzo che avevo nei capelli al tulleday. Se non è un amuleto potente questo! Mi ha portato anche un altro pacchettino, questo inaspettato, un regalino tardivo di matrimonio che mi ha inviato Ilaria, una amica conosciuta in facebook e ancora mai incontrata. Un quadrettino delizioso fatto a mano da una artista e con un filo di metallo dorato piegato a formare la parola noi.

L’amore è sutura,

non benda.

Non scudo

sutura. M. Cvetaeva

A tutta la paura avremo risposto con la meraviglia

“A tutta la paura avremo risposto con la meraviglia”, dice Sara Gamberini, la scrittrice di Maestoso è l’abbandono, che se non l’avete letto dovete rimediare il prima possibile.

E io sto pensando già da qualche settimana a tutta la paura che ho avuto per decenni, ne ho già scritto. Forse ci ripenso tanto perché ora è lontana e posso permettermi di pensarla senza il terrore di evocare immediatamente qualcosa che la riaccenda. Gli amuleti servono molto per disperdere la paura, ma anche le fotografie incorniciate, gli aperitivi con le amiche, il silenziare l’iPhone quando suona ed è una persona che non voglio sentire, così come l’andare da sola in montagna, accarezzare i gatti, preparare la sangria e lavorare con tanti sorrisi. In questo modo un concorso può anche andare meno bene di quello che speravi perché ti rendi conto che finalmente è spuntata la forza di allargare lo sguardo e costruire i cambiamenti necessari. Anche il cambiamento infatti è una potente arma contro la paura perché se si cambia la tristezza non ci trova più al solito posto ad aspettarla e pian piano non ci cerca più, o quasi.

Sto investendo in desideri profondi, in parole e fiori. Felice week end!

Una casa hippy-colorboho-fucsiaverde-chic, la biofilia e lo stra-ordinario…

Oggi mi sento estremamente felice!

Forse perché fa un pochino meno caldo di ieri e mi sento meno appiccicaticcia, o forse perché stamattina sono venuti a montare la tenda da sole e ho cambiato la posizione delle erbe aromatiche e del tavolino in balcone e mi sembra che lo spazio sia di più e più armonico e anche Pipi apprezza. Nel pomeriggio ho un po’ studiato per il concorso di martedì e ho letto cose belle sulla biofilia, ossia sugli apprendimenti in natura, all’aria aperta, sul rapporto tra bambini e verde per ripartire dalle radici e generare senso di appartenenza e cura del proprio ambiente di vita. Questa speciale educazione insegna a ricercare il benessere nell’abitare il mondo e specularmente nel sostenere l’interesse a prendersene cura e questo ha effetti epocali nel particolare momento che stiamo vivendo. Poi sono andata in centro a Sassuolo a sviluppare qualche foto del tulleday che finalmente la Giui ci ha inviato (stanotte, grazie grazie grazie Giui 🙏🏻✨♥️), in particolare quella per cui avevo già preso la cornice e che non vedevo l’ora di appendere. Non sapevo ancora quale sarebbe stata, ma avevo deciso esattamente dove avrei piantato il chiodino e che la cornice sarebbe stata diversa da tutte le altre che già sono diverse fra loro. Questa ormai è una casa hippy-colorboho-fucsiaverde-chic! Sui miei social trovate la foto di tulle.

Sono felice anche perché dopo essere stata dal fotografo ho passeggiato per il centro di Sassuolo come che fosse la prima volta, quasi da turista e ho trovato tutto stupendo! E allora vi voglio augurare di saper vedere sempre le cose come che sia la prima volta, con la magia di chi capita in posti stupendi e viene colto dalla meraviglia e non è che è necessario andare chissà dove, spesso basta concedersi prospettive nuove nell’ordinario. E tutto può diventare stra-ordinario!

Nella foto, il sagrato del Duomo di Sassuolo oggi pomeriggio

Pensieri in ordine sparso e luminoso

Benny che va da sola dalla parru e si taglia i capelli

La settimana prossima il concorso, precarietà che è anche possibilità, ad ogni passo incontro qualcuno che ho incrociato in incarichi, supplenze, viaggi dentro di me, ricordi quasi tutti belli, madeleine di fasi della mia vita ben precise e consapevoli

La scelta quotidiana di credere in me, di essere amorevole prima di tutto con me stessa

La paura e la rabbia cedono il passo alla serenità, al vedere le cose dal lato bello, perché c’è sempre un lato bello. Sempre.

Lasciare le unghie senza smalto per un po’, non so quanto, ma un po’.

I tatuaggi dei Polaretti

I sogni…… scrivere, lavorare in un negozio di fiori come apprendista

Il caldo che mi calza come una seconda pelle anche se ogni tanto mi pare di essere sottovuoto e il respiro si fa corto, quanto è buona l’acqua fresca!

Svegliarsi al mattino presto e aprire gli scuri con gli occhi ancora impastati di sonno, tornare nella penombra di casa velocemente per svegliarsi lentamente

Essere sempre gentile, lasciare un bel ricordo in chi incontro, dire sempre grazie, buon lavoro, salve, buongiorno, buonasera, buonanotte, come stai, ancora grazie, sempre grazie, ♥️

Spazzolare il pelo a Pipi ogni sera, sul balcone, quando arriva un po’ di arietta

Ricominciare a sentire il profumo del bucato, del timo, del basilico, delle rose

Dire ciò che penso in modo leggero, ironico, con un silenzio, con la gioia, con un piccolo pensiero, con una gentilezza o un ringraziamento, con forza a volte, ma sempre. Mai più tacere nella convinzione che fa lo stesso, perché in fondo ciò che ho da dire non è abbastanza importante…

Tornare a yoga prestissimo.